C’è un pizzico di Genova nella caduta di Prodi

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La palma dell’incoerenza va ad Heidi Giuliani. La mamma di Carlo, che in Parlamento siede proprio quale rappresentante di quei movimenti che, dal G8 di Genova alla protesta contro la base Usa di Vicenza, l’hanno eletta a simbolo delle battaglie della sinistra radicale, ieri ha tradito i compagni, votando a favore del governo. E sì che lei pure aveva sfilato a Vicenza. E sì che ancora il giorno prima del voto al Senato aveva annunciato che la mozione dell’Unione lei l’avrebbe votata solo se nella relazione sulla politica estera del ministro Massimo D’Alema avesse intravisto un «un forte cambiamento nella politica estera del Paese». Erano le 16.30. Alle 18.20 l’avevano già convinta: due ore di pressing da parte del gruppo di Rifondazione e Heidi non era già più fra gli «indecisi», tantomeno fra gli «irriducibili» come Franco Turigliatto, che infatti ieri ha votato contro e s’è dimesso, con un gesto, lui sì, di coerenza.
Potenza di quell’attaccamento al potere che ieri nell’aula di palazzo Madama Alfredo Biondi di Forza Italia ha stigmatizzato così: «Io sono stato un balilla, devo ammetterlo, e ricordo che sui muri d’Italia l’unica cosa forte del regime era la vernice, tant’è vero che in alcuni casolari diroccati si legge ancora la frase: “La nostra parola d’ordine è un verbo: durare”. Questa è la vostra parola d’ordine, in forza della quale superate le vostre differenze». Si è rivolto direttamente a D’Alema, Biondi, strappandogli una frase che resterà agli atti come le ultime parole famose. «Voi state facendo degli slalom giganti e speciali per evitare qualunque realtà che vi ponga in conflitto con quelli più a sinistra della vostra maggioranza che non vi voterebbero, se lei ieri non avesse rivolto loro una frase meno elegante, mi sia permesso di dirlo, rispetto al suo vasto repertorio, quando ha affermato: o votate o tutti a casa. Non è una minaccia, è una promessa» ha detto il senatore azzurro fra gli applausi di Forza Italia, Udc e An. Quando ha preso la parola, D’Alema ha voluto prima di tutto «sottolineare, accogliendo lo stimolo garbato e pungente del senatore Biondi con il quale duelliamo con garbo e rispetto reciproco da tanti anni, che io non ho inteso minacciare nessuno, né la maggioranza né il Senato, ma ricordare con una battuta che un elementare principio di natura costituzionale dice che il Governo, in modo particolare in un settore cruciale come la politica estera, deve poter contare sul consenso della maggioranza parlamentare». E poi: «Sarebbe paradossale che una politica estera non trovasse il consenso del Senato; sarebbe davvero curioso e aprirebbe una questione assai delicata».
E infatti. L’assai delicata questione s’è aperta eccome, anche grazie, date a Cesare quel che è di Cesare, ai pressing. Come quello di Giorgio Bornacin di An, che non s’è risparmiato nel marcare il senatore a vita Sergio Pininfarina, la cui presenza inaspettata e la cui astensione sono state «la nostra arma segreta», come ha ricordato Renato Schifani il capogruppo azzurro.
Ieri i senatori liguri erano tutti presenti, compreso quel Graziano Mazzarello, Ds, che invece il primo di febbraio contribuì, con l’assenza, a mettere in minoranza l’Unione sulla base di Vicenza. «Ero in convalescenza» s’era affrettato a precisare con tanto di comunicato stampa a fornir dettagli sul suo piede rotto. Ieri ha trascinato le stampelle in aula. Come lui, hanno votato con il governo i diessini Sabina Rossa e Andrea Ranieri e il margherito Egidio Banti. Contro si è schierato, con Biondi e Bornacin, l’azzurro Giuseppe Saro. Nessuno di loro ha preso la parola, tranne Biondi che invece era scatenato. D’Alema parlava di «una nuova coalizione internazionale, fondata sul rapporto fra il Quartetto (Ue, Usa, Nazioni Unite...». E lui: «Cetra». E il ministro: «Come?», e Biondi: «No, niente. Facevo una riflessione musicale». Poi ha ironizzato sulle parole dell’ulivista Mele: «Vedo una profonda coerenza nelle affermazioni del ministro». E l’Alfredo tagliente: «Hai una buona vista».
In Liguria invece, ieri tutto taceva. Solo in due hanno detto la loro. Il primo in assoluto è stato Luigi Morgillo il capogruppo in Regione di Forza Italia, che ci ha tenuto a sottolineare che «adesso ci aspettiamo che vadano a casa, come ha detto D’Alema il giorno prima della votazione». Non è stato molto più originale Remo Benzi di Liguria Nuova, che dal Comune ha ricordato pure lui l’avvertimento del ministro e ha detto: «Ora il governo può fare i bagagli». Intanto, visto che c’era la sinistra ha colto l’occasione per litigare un altro po’. Alle tre infatti c’era a Genova Gianni Zagato il coordinatore nazionale della Mozione Mussi che avrebbe dovuto parlare degli imminenti congressi di sezione Ds e che invece ha annullato la conferenza stampa: «È inutile parlare proprio ora dei congressi che dovrebbero traghettare i Ds verso il partito democratico. L’ipotesi del Pd era nata per rafforzare il governo, a quanto dicono i promotori, per cui ora su questo progetto ci sono tanti punti interrogativi». Tre ore dopo gli ha risposto da Roma Francesco Tempestini il capo della segreteria di Piero Fassino: «È veramente stupefacente che si strumentalizzi quanto accaduto al Senato per imbastire una polemica sul Pd. Quanto è accaduto è semmai la più lampante conferma della necessità di un timone riformista per il centrosinistra». In serata non restava all’Unione che sperare nel mago Otelma, che profetizzava: «Il governo Prodi resterà in carica ancora per qualche tempo e si escludono elezioni politiche anticipate di qui all’estate». L’ha sbagliata un’altra volta.