C’è poco da ridere nella commedia che mette in burla il terrorismo

Roma Troppo scemi per essere veri. C’è chi iscrive i figli a scuola dalle monache e poi pretende l’insegnamento laico. Chi a quarant’anni vive con mammetta e poi diventa fantabrigatista rosso. Chi molla il lavoro di giornalista tivù per ospitare quattro sfigati rapitori. Sono i Figli delle stelle (da venerdì nelle sale) di Lucio Pellegrini, che da amico di famiglia mette l’ex-portavoce di Massimo D’Alema, Fabrizio Rondolino, nell’odioso ruolo di un onorevole montato, bocconcino pronto all’uso politico da parte d’un manipolo di nostalgici degli anni di piombo. Quando le pallottole fischiavano, cioè.
Solo che in questa commedia corale Warner (budget di oltre due milioni di euro, con il contributo della Film Commission valdostana di settantamila euro «per promuovere la Valle d’Aosta, da venticinque anni a digiuno di film girati in loco», dice l’Assessore alla Cultura della regione Laurent Viérin), la leggerezza si fa di piombo. Nel senso tecnico: i precari Pepe (Pierfrancesco Favino, vestito come «er Monnezza»), Toni (Fabio Volo), Bauer (Giuseppe Battiston, in eskimo con spillina falce-e-martello sul bavero), Marilù (Claudia Pandolfi, dizione incomprensibile come nel televisivo Distretto di polizia) e Ramon (Paolo Sassanelli) prendono le mitragliette e vanno in montagna dopo aver rapito l’onorevole Stella (Giorgio Tirabassi, ancora dal «X Tuscolano»), uno che conta come il due di coppe. Sbaglio che costerà caro ai criminali per caso, precari nelle proprie vite a perdere. «Almeno abbiamo fatto qualcosa», commenta uno degli eroi immaginari, quando le forze dell’ordine irrompono ai piedi del Cervino e mettono uno stop a quella farsa. Un occhio a I soliti ignoti di Mario Monicelli (non foss’altro per le banconote del riscatto, appese a un filo, ad asciugare), l’altro al malcontento generale verso la casta, ecco un’insalata russa legata da una maionese antipolitica leggermente impazzita. Alla fine, rapito e rapitore (Favino) guarderanno il mare, uomini tra gli uomini... Ma Antonello Piroso, starring se stesso, porta la televisione dentro il film e così la cronistoria in tempo reale del costume nazionale è servita, insieme al tema del precariato (nessuno dei personaggi ha un lavoro stabile) e della morte bianca (gli pseudorivoluzionari chiedono il riscatto per risarcire la moglie d’un amico, morto sul lavoro). In termini di Storia, però, trent’anni sono niente per ridere dei Settanta farciti di odio, così quando l’onorevole Stella è sbattuto, in manette, contro una parete rivestita dai fogli della Pravda, qualcosa di straniante inceppa il meccanismo della risata: c’è troppo Moro nelle nostre teste. «Dicono che devo morire», abbozza il sequestrato. «Per la prima volta sono d’accordo con un uomo di potere», replica il sequestratore (uno dovrebbe tenersi la pancia, ma l’aria che tira non lascia spensierati). «Ho costruito il mio film, ancorandolo alla realtà dei Sessanta e dei Settanta: in Italia si fa poca commedia, legata a ciò che ci succede intorno. Volevo affabulare con la classica commedia all’italiana, grande quando parte da un disagio generalizzato. Basti guardare alla comunità valdostana, che prima prende i soldi dai sequestratori e poi applaude le forze dell’ordine: forse ci meritiamo la nostra situazione», generalizza Pellegrini (I liceali e Non pensarci i suoi lavori più noti).
E chissà cosa penseranno i valdostani, qui macchiette antipatizzanti (dal droghiere col fucile puntato, se solo gli toccano l’Asiago in busta allo sportivo ebete, fissato col bob) e non personaggi sbalzati in chiave provinciale, come in Benvenuti al Sud. E se nella commedia corale con Claudio Bisio, ormai record d’incassi, l’italianità fa da collante e infatti si ride da Bolzano a Palermo, in Figli delle stelle (l’omonima canzone di Alan Sorrenti dilaga in una scena disco-dance) il richiamo all’antipolitica non funziona da Vinavil, perché esercitato da povericristi fuori dal mondo. Il look del film insiste sul modenariato («Negli Ottanta litigai con mia madre, quando mi buttò la giacca jeans col pelo», dice Volo e Battiston svela: «L’eskimo è il mio»), tuttavia Favino non ci sta. «Non siamo vinti vintage. Anche se la velocità del mondo ci obbliga alla rincorsa. Però possiamo sorridere e dipingere un politico come simpatico: questo è rivoluzionario». Fortuna che era solo un film.