«C’è politica in tutti i film anche in quelli comici»

L’attrice più militante ospite del Festival di Locarno

Paolo Brusorio

nostro inviato a Locarno

«Se sono qui a parlarvi significa che i piani della mia vita sono saltati». Susan Sarandon la butta sul paradosso: a uno sbuffo dai sessanta, ottobre 2006 il traguardo, trentacinque anni dopo il primo film (diretta da John G. Avildsen, futuro regista di Rocky, faceva Melissa Compton in La guerra privata del cittadino Joe: «Era bello trovarsi truccata e vestita, con quel film ho pagato i debiti»), la Sarandon sbarca a Locarno per un incontro con il pubblico del Festival. Un’ora abbondante per scivolare dalla politica alla politica, passando per il mestiere di attrice e di mamma. Il tutto a meno di un mese dalla Mostra del cinema di Venezia dove la moglie di Tim Robbins porterà ben due film: Romance and cigarettes, regia di John Turturro e, diretta da Cameron Crowe, Elizabethtown.
Fin qui l’attività di Susan Sarandon. Poi c’è l’attivismo. Lei schierata con i democratici da sempre, ha speso tempo, faccia e soldi per sostenere Kerry contro Bush, le colombe contro i falchi, Moore contro Schwarzenegger. Tre ko su tre, ma la sua battaglia continua. Pillole distillate: «Bush è il peggior presidente di sempre; l’unica informazione libera è quella su internet; se i media facessero il loro dovere, io me ne starei volentieri a casa e invece certi giornali mi hanno descritta come una sostenitrice di Bin Laden solo perché ero contro la guerra; se mi invitano in tv mi relegano sempre nel recinto delle attrici, mai che mi affianchino un esperto; il clima che si respira oggi negli Usa ricorda il periodo pre-nazista». Il pubblico, in platea anche Martina Colombari, un po’ applaude, un po’ rimane a bocca aperta, qualcuno le dice che «sarà anche vero tutto, ma il suo mi sembra un Paese libero». La Janet che stregò il dottor Frank-N-Furter in The Rocky Horror Picture Show, non fa una piega e sgrana gli occhi.
Anello di congiunzione la politica, poi si scivola sul cinema. Lei che non vuole mai rivedersi («e Billy Wilder - che la diresse in Prima pagina - si arrabbiava moltissimo con me»); che consiglia alla figlia Eva (avuta da Franco Amurri, vivrà dall’anno prossimo a Bologna) «di lasciar perdere le scuole di cinema e di studiare filosofia o religione», e che per parlare dell’influenza di un film, riveste i panni di sister Hellen Prejan in Dead man walking: «Un film che ha umanizzato il condannato a morte aprendo un dibattito mondiale». Perché tutti i film sono politici. Anche quelli insospettabili. «Prendete No man’s land: divertente e sconvolgente allo stesso tempo, contiene un messaggio politico. Persino un film comico come Il professore matto di Eddie Murphy rientra nella lista: si parla di obesità, un tema con gravi influenze sociali». Per questo, lei ci va cauta con i copioni: «Non mi basta leggerli, voglio capire qual è il messaggio che vuole trasmettere il regista. Non presto la mia faccia a chi non mi convince».
E la classifica di quelli che l’hanno convinta di più è impossibile per una donna che sta sul set dal 1970, così dopo la battuta da copione («se non dico Tim, non torno a casa»), Susan Sarandon prima sta sul generico («ho lavorato con grandi registi e il film è andato malissimo; con pessimi e il film ha avuto successo»), poi dice di avere molta fiducia nei giovani nipotini di Wilder, evocato più di una volta. «Io dietro la macchina da presa? Sono già la regista di casa mia. Per ora può bastare. Comunque, preferirei lavorare in teatro, interagire con gli attori. Il teatro è fare l’amore; il cinema è masturbarsi, sei solo davanti alla macchina da presa». Salire sul palcoscenico le piacerebbe, l’ha fatto per una pièce su Ground zero, ma ora non se lo può permettere. C’è qualcosa di più importante: «I miei figli - Jack, 16 anni, e Miles, 13 -. È difficile spiegare loro cosa sta succedendo nel mondo. Ho bisogno del maggior tempo possibile per provarci, così nei weekend preferisco stare con loro che pensare al teatro». A uno sbuffo dai sessanta, la signora Sarandon è ancora senza rivali.