«C’È POSTA» E LA LITURGIA DEL SUCCESSO

Continua il successo di C'è posta per te (sabato su Canale 5, ore 21) e di Maria De Filippi in particolare, ormai legata a questa trasmissione da una sorta di cordone ombelicale. Sembrano lontani i tempi in cui fioccava perlomeno qualche flebile ironia su di lei, vuoi perché «marito di Costanzo» (copyright Beppe Grillo), vuoi perché le sue trasmissioni sono quasi sempre sospese tra il rischio ben calcolato di scivolare nel trash e quello ancora più oculato di fermarsi un attimo prima che lo spettatore possa essere sicuro dell'avvenuto sconfinamento. Nel corso delle stagioni Maria De Filippi ha saputo trovare proprio con C'è posta per te la sua «cifra stilistica» più funzionale alle esigenze del copione e allo scopo della trasmissione. Gli studiosi del mondo della comunicazione dovrebbero soffermarsi attentamente sulla liturgia espressiva apparentemente antitelevisiva della De Filippi. C'è, innanzitutto, una capacità di ricordarsi nomi, date, avvenimenti, situazioni e sviluppi delle storie raccontate che rimanda per associazione mentale solo a un'altra professionista della nostra televisione, Raffaella Carrà, in grado di andare a braccio e snocciolare una sequenza di notizie relative ai suoi ospiti, anche quelli provenienti dalle lande più lontane, che si spingono a volte fino alla terza o quarta generazione. La De Filippi rispetto alla Carrà si serve di una cartellina leggera tenuta in mano, che peraltro sbircia (se la sbircia) senza quasi farsene accorgere, aiutata da una caratteristica molto personale: quella di camminare su e giù per lo studio (ci vorrebbe il contapassi per appurare quanto percorre ogni settimana) in modo soprattutto circolare, come a dare la sensazione di chiudere ogni volta le storie in un cerchio di cui è lei e solo lei a delimitare il disegno e il ritmo. La parte apparentemente antitelevisiva sta soprattutto nella lentezza di questo ritmo: il racconto delle vicende spesso commoventi che propone è cadenzato senza fretta, con pause accorte e un crescendo di annotazioni struggenti che dette da un'altra voce provocherebbero un fastidioso senso di affettazione emotiva, ma pronunciate con i toni bassi e androgini che la contraddistinguono producono nel pubblico in studio e in quello a casa la rottura delle acque emotive senza molte possibilità di difesa. Faceva specie, nell'ultima puntata, vedere la commozione sincera di un ragazzone vitale e gioioso come il portiere della Juventus Buffon al cospetto di una delle storie raccontate dalla De Filippi in un implacabile alternarsi di sollecitazioni emozionali. L'uomo grande e grosso che aveva ipnotizzato Trezeguet nella finale mondiale ha resistito all'incirca un minuto o poco più. Poi è capitolato anche lui, come tutti noi.