C’è un regime in Italia: è di sinistra

Feltri, Belpietro e Fede costretti a vivere da anni con la scorta. Per
dotti e giustizialisti sono solo dei pennivendoli. Ma gli schizzi di
fango rischiano di diventare sangue

Questa è la vostra libertà di stampa: a mano armata. Non ci sarà nessuno che scenderà in piazza per difendere Maurizio Belpietro. Questo è il marcio di un Paese dove gente dissennata e in malafede passa il tempo a sparlare di regime, di dittatura berlusconiana, di democrazie stuprate. Un giornalista viene seguito davanti alla porta di casa da un militante con la pistola, uno che vuole ammazzarlo e non esita a sparare a un uomo della scorta tra le scale e il pianerottolo. È il direttore di un giornale che sta dalla parte sbagliata. Quella dei venduti, dei pennivendoli, quella senza dignità e senza diritto di parola. Quella bollata di infamia dalla cultura bella, buona e di sinistra, anzi antiberlusconiana. La cultura dei giusti.
È arrivato il momento di chiedersi perché nel mirino di una pistola è finito il direttore di Libero. Perché uno che di mestiere fa soltanto il giornalista, in questi tempi in cui il piombo non dovrebbe essere così caldo, sfiora di un attimo l’appuntamento con la morte. Perché lui? Non dite che scrivere o dirigere un «quotidiano vicino alla famiglia Berlusconi» è un mestiere pericoloso. Non ditelo, perché sembra una cosa dell’altro mondo, ma purtroppo rischia di essere vera.
C’è un concetto nelle parole di Belpietro che deve far riflettere, uno sfogo, un’amarezza: «In questo Paese certe idee si pagano con paura e minacce». Certe idee, quella che per un manipolo di dotti, medici e sapienti sono fuorilegge. Sono le idee di chi non fa la pecora blaterando ogni giorno che tutti i mali di questa maledetta penisola hanno un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Belpietro lo dice chiaramente. «Io sono uno dei pochi direttori sotto scorta, insieme ai colleghi Vittorio Feltri e Emilio Fede. Siamo tutti dell’area moderata e non è un caso. Sostenere le idee contro la vulgata corrente si paga anche da questo punto di vista, con la limitazione della libertà».
Allora è qui che le cose si ribaltano. Se qui c’è un regime è quello dell’antiberlusconismo. È un regime culturale, di clima, di luoghi comuni, di lobby, di parole che rimbalzano come una dottrina imparata a memoria sui blog, sui giornali, sulle trasmissioni televisive, in Parlamento. Questo è il regime dei giusti, dei giacobini, di quelli che dicono che è peccato scrivere per i giornali di Berlusconi o per le sue case editrici, di quelli che danno per verità rivelata l’assioma che i berlusconiani sono rozzi, cattivi, ignoranti e prezzolati. Non è un’opinione. Per il regime questo è un comandamento divino. E poi arriva qualcuno che spara. È tutto già visto, e questa volta non c’è neppure la scusa dell’ideologia.
Gli schizzi di fango cominciano a diventare sangue. Questo è un Paese strabico. Solo una parte ha il diritto di aggredire verbalmente, di sputare odio, di appiccicare etichette, di marchiare l’avversario. Si può dire che Berlusconi è un dittatore, è un mafioso, un depravato. Si può accusare Marchionne di voler affamare gli operai meridionali. Si può battezzare la Cisl di Bonanni come sindacato giallo. Si può mettere all’indice chiunque non sia allineato e coperto. Ma se poi si dice che tutto questo genera odio si passa per mestatori. I cattivi maestri non esistono. La violenza è solo la malattia dei matti. Strano che colpisca sempre dalla stessa parte. Berlusconi davanti al Duomo sanguina per vittimismo, con l’abilità di un grande attore. Qualche fumogeno in faccia a Bonanni non è mica un reato. Non è un tentativo di mettere al rogo, mediatico e non, un sindacalista che ha l’unica colpa di aver firmato un accordo con la Fiat. No, la figlia del pm si è giustificata dicendo che un petardo non ha mai ucciso nessuno. Questa è la dittatura. Far passare questa violenza come normale. In fin dei conti sparare a un berlusconiano non è reato.