C’è Riganò sul tetto della A: «I miei gol valgono doppio»

«Non pensavo di segnare così tanto. Ho portato Firenze dalla C2 alla A e sono rimasto un idolo dei tifosi viola. Ma ora conta solo battere il Palermo nel derby»

Gian Piero Scevola

Scusi Riganò, come si sente, a 32 anni, al vertice della classifica dei cannonieri con 5 gol in 7 partite?
«Per me non è un fatto nuovo, perché ho sempre segnato in tutte le categorie nelle quali ho giocato. Certo che, trovarsi al comando in serie A ha un sapore tutto particolare».
In modo speciale per lei che è un difensore mancato.
«È vero. A Lipari in Eccellenza facevo il difensore e, mancando le punte, tutte infortunate, il mister mi spostò in attacco. E da lì non mi sono più mosso».
Ne ha fatta di strada, visto che dai dilettanti della sua città natale è transitato in tutte le categorie professionistiche, lasciando il segno. A suon di gol, s’intende: ben 109 in 202 partite.
«No, non è possibile che abbia segnato così tanto. Anche perché aver realizzato in C2, C1, B e A, proprio come Hubner e Protti, già mi dava soddisfazione. Ma sapere ora di avere una media gol così alta, mi inorgoglisce».
Attenzione, lei gioca nel Messina, col traguardo salvezza. Come pensa di conciliare le sue ambizioni con quelle della società?
«Prima penso a non retrocedere e per farlo occorrono anche i gol. Ma mi rendo anche conto che questo è un momento felice per me, dove tutto mi riesce facile. Verranno anche i periodi bui, dove sarò costretto a dare spazio ai miei compagni Di Napoli, Floccari e Iliev».
E lei di periodi bui nella vita ne ha avuti, vero?
«Purtroppo sì. Le sensazioni belle che provo ora mi ripagano di tante amarezze».
Come quella di Firenze, dove lei era l’idolo dei tifosi, portò i viola in A e poi i Della Valle la spedirono a Empoli?
«Non voglio recriminare su quel periodo. Firenze ha rappresentato moltissimo per me, mi ha permesso di fare il grande salto nel calcio che conta. Purtroppo, appena arrivato in A, mi sono infortunato; Zoff non mi faceva giocare e mi sono demoralizzato. Ma con la gente e i tifosi il legame è rimasto forte».
Poi Empoli, una destinazione forse poco gradita.
«Almeno restavo in Toscana e Empoli è stata comunque una bella parentesi. Un anno solo, ho giocato tanto, ma ho fatto pochi gol, appena 5, perché il mio lavoro era finalizzato a far segnare Tavano».
Tutto questo per dire che finalmente, quest’anno, lei è approdato a Messina, la squadra per la quale da sempre ha tifato. Insomma, il ritorno del figliol prodigo.
«Quando me ne andai da Lipari nel 1997, giocai nel Messina allora tra i dilettanti, segnando appena tre reti. Avevo 23 anni, forse dovevo ancora capire cos’è il calcio. Ma già allora, in cuor mio, mi ero ripromesso di tornare e di dare qualcosa di sostanzioso e concreto alla mia città. Perché dire Lipari, dove sono nato e dove torno dopo ogni partita, e dire Messina, è la stessa cosa. Ricordo che, al termine di ogni partita che giocavo, il primo risultato che chiedevo era sempre quello del Messina. Più amore di così...».
Allora sentirà in modo particolare il derby di oggi col Palermo.
«Mamma mia, che partita. Dovessi segnare anche alla Favorita, non so proprio cosa potrei fare per la felicità. Ma, più importante, è che la squadra faccia risultato. Noi non abbiamo niente da perdere, loro invece tanto».
Ma ha pensato a cosa farà da grande?
«Ho un contratto di due anni, ma io mi vedo in campo per altri cinque. Il fisico tiene, la voglia non manca e qui, nella mia isola felice, fare gol è troppo bello».
Si rende conto che, in questo risveglio dei bomber italiani, lei è davanti a Toni nella classifica marcatori? E magari adesso pensa anche alla nazionale...
«Dai, non scherziamo. Però, a essere sincero, se Donadoni volesse provarmi, non mi tirerei certo indietro».
Che vuol dire quel 99 sulla maglia?
«Che mi piace essere fuori dal coro o anche che io sono un numero nove che vale doppio, veda un po’ lei».