C’è un serial killer nascosto a Monte Antenne

I Manetti Bros hanno girato il film a basso costo con gli aspiranti attori della Scuola di cinema

Una mano tranciata dal braccio, occultata in una cassa di legno, che tra le dita stringe un misterioso pass e vicino all’arto orribilmente mutilato un lungo coltello sporco di sangue. È l’immagine horror, inequivocabilmente ironica, che campeggerà sui manifesti di Cavie l’ultimo film scritto, diretto, fotografato e prodotto dai Manetti Bros con un finanziamento della Scuola di Cinema di Roma di via Panisperna.
Il film, realizzato seguendo il «credo» dei fratelli romani («Facciamo solo ciò che ci piace e in completa autonomia»), è legato al saggio di Master in Acting che i Manetti hanno tenuto nella scuola capitolina. Un progetto che ha entusiasmato i fratelli Marco e Antonio Manetti, talentuosi registi di videoclip (hanno girato il Supercafone del Piotta, ma anche Mi piaci di Alex Britti e Zora la vampira prodotto da Carlo Verdone) sdoganati al lungometraggio col thriller claustrofobico Piano 17 - interpretato da Massimo Ghini, Valerio Mastandrea, Elisabetta Rocchetti e Enrico Silvestrin - girato in digitale e ambientato quasi tutto dentro un ascensore. "Cavie", invece, girato in low budget (poco più di cinquemila euro) e in soli 17 giorni nel bosco di Monte Antenne, è interpretato dai dodici attori impegnati nel corso di recitazione tenuto dai Manetti: Alexandra Antonioli, Janet De Nardis, Fabio Ferrante, Alessia Forcinelli, Elena Lyshchik, Marco Valerio Mancini, Claudia Federica Putrella, Paco Rizzo, Barbara Saba, Marco Santinelli, Giuseppe Tafuri, Patrick Tasgian. Le musiche sono di Pivio e Aldo De Scalzi, il montaggio di Federico Maria Maneschi. Questa la storia: sei persone che non si conoscono si svegliano ammanettate nel retro di un camion, vengono scaricati in un bosco e lasciati soli, senza indizi né cibo. Vicino a loro solo una cassa contenente armi e un libro Vincere in guerra di Brian Hill. Senza via di fuga, e con qualcuno che gli sta dando la caccia, il bosco si tingerà del loro sangue. È allora che dovranno scegliere se essere prede o cacciatori, uomini o cavie.
Trappole mortali, gole tagliate, arti mozzati, mitragliatrici in azione e fiumi di finto liquido ematico sparsi per Monte Antenne. «Quando ci hanno proposto il master pensavamo a un corso di regia, non a uno di recitazione, ma una volta chiarito l’equivoco era troppo tardi per tirarsi indietro» scherza Marco Manetti, autore di uno script tra incubo e ironia sviluppato su intuizione di suo fratello Antonio, che gli fa eco «è il nostro film più libero, ci piacciono le storie d’evasione e abbiamo deciso di girare questa seguendo il nostro gusto: Cavie è ciò che vorremmo vedere al cinema».
Aderendo fedelmente alla Manetti philosophy, anche a questa produzione artigianale, libera e piena di energia, toccherà un’uscita sui generis: «vorremmo attenzione, più che spettatori: non ci interessa il lucro, ci piacerebbe che Cavie uscisse dal “buco”. Forse lo metteremo in free download su internet, ma anche girare per festival… sarebbe niente male».