C’è un Tarantino in Danimarca e ha appena sbancato Cannes

La sorpresa del Festival è Nicola Winding Refn, premiato come migliore regista per l'adrenalinico "Drive". Già di culto, ora è pronto per il successo

Per dire, lui si dipinge innocentemente così: «Sono quello che si dice il perfetto prototipo del bravo ragazzo ebreo. Non fumo, non ho il vizio delle droghe e non bevo alcolici». Poi vedi i suoi film rosso sangue, tra uccisioni terrificanti e vendette infernali, e ti chiedi quale mente possa averle partorite.

E ora che Nicolas Winding Refn è stato anche impalmato a Cannes - vera rivelazione - come migliore regista per il suo adrenalinico Drive con un autista dalla triplice vita (stuntman, meccanico e di notte pilota durante le rapine), saranno tanti di più a chiederselo mentre l’immancabile stuolo di fan storcerà il naso perché l’ha scoperto in tempi non sospetti e lo considera da tempo, senza diritto di replica, un autore di culto. Così sale alla ribalta internazionale un regista prolifico, per quanto giovane in rapporto alla sua produzione artistica - 40 anni e otto lungometraggi alle spalle tutti scritti da lui - che, per via d’una certa predilezione a raccontare il lato oscuro e violento degli uomini, è stato più volte definito il Quentin Tarantino europeo (anche se con lui divide lo stile pulp ma non le derive pop). Perché se già qualche secolo fa c’era chi lanciava allarmi profetici pre-esternazioni nazi di Lars von Trier («C’è del marcio nel Regno di Danimarca»), il conterraneo Nicolas Winding Refn ci ha messo del suo facendo assomigliare - e chi lo avrebbe mai detto - i sobborghi della sua Copenaghen al Bronx newyorchese. Che poi è quanto accade nel suo primo film, diretto a 26 anni, Pusher: l’inizio, che, visto il successo inaspettato di pubblico e di critica, ha dato vita a una trilogia (in Italia disponibile nei dvd della One Movie). Storia di un piccolo spacciatore che, trovandosi pesantemente indebitato con Milo, un boss della mafia balcanica, si sforza in ogni modo di trovare il denaro ma, naturalmente, niente va come previsto e le conseguenze saranno disastrose (in Pusher III, sottotitolo «Io sono l’angelo della morte», assistiamo allo squarciamento di uno spacciatore come un maiale…).

In questo caso i riferimenti cinematografici sono pretarantiniani e più newyorchesi, Mean Streets e Taxy Driver di Martin Scorsese in primis. Anche perché all’età di dieci anni il nostro regista s’è trasferito nella Grande Mela per fare ritorno a Copenaghen sette anni dopo. In seguito, come in un ping pong, è ritornato negli States per conseguire il diploma all’American Academy of Dramatic Arts di New York dalla quale è stato presto espulso per poi ritornare nel suo paese. Qui supera l’esame di ammissione alla Danske Filmskole ma poi decide di non frequentarla. E così, da autodidatta, esordisce con il suo sanguinario spacciatore mentre già con il secondo film Bleeder (ossia colui che sanguina) approda alla Mostra del Cinema di Venezia del 1999. Infelice invece la prima trasferta americana con Fear X del 2003 un thriller alla Lynch con John Turturro che si rivela un disastro al botteghino con conseguente bancarotta della sua casa di produzione.

Il vulcanico danese si riprende poi grazie ai sequel di Pusher e agli ultimi due progetti, Bronson, una coproduzione anglo-danese sul più cattivo detenuto delle carceri britanniche (definita «l’Arancia meccanica del Terzo millennio»), e Valhalla Rising (presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia nel 2009, anno in cui il Festival di Torino ha dedicato al regista una bella retrospettiva) storia violenta, epica e mitologica su un uomo, muto e senza un occhio, tenuto prigioniero da un gruppo di vichinghi per essere usato come un gladiatore romano. Perché - postula il regista pulp - «l’arte è un atto di violenza. L’unica differenza tra le due è che nella vita reale la violenza distrugge ciò che l’arte ispira».