«C’è troppa fretta di intervenire»

«La fretta non è una buona consigliera». Manuel Castello, pediatra-oncologo e direttore del Dipartimento di pediatria all’Università La Sapienza di Roma, è cauto nel valutare il caso di Marco, il neonato di Ferrara, diventato tetraplegico dopo un intervento al cervello.
Professore, perché parla di fretta?
«Non ho le carte sotto mano, ma quel bambino è stato operato per un sospetto tumore troppo presto. Bisognava essere sicuri che il tumore ci fosse».
Ma c’era un’emorragia in corso. In genere quando bisogna intervenire?
«Immediatamente. Non si deve aspettare neppure un giorno perché è proprio l’emorragia a provocare i danni al cervello».
Come si deve procedere?
«Mettendo un tubicino che va a finire nel peritoneo. In questo modo si toglie l’aumentata pressione cerebrale».
Cioè il gonfiore del cranio?
«Esatto. Nel cervello circola, attraverso dei tubi, il liquido cefalo rachidiano che si chiama comunemente liquor. È probabile che uno dei tubi si sia otturato».
Ma la risonanza non rivela il tumore?
«Probabilmente hanno confuso un coagulo per un tumore».
Un abbaglio imperdonabile.
«La medicina non è matematica. A volte ci si può confondere».
Dunque gli errori sono stati due: non drenare immediatamente e non leggere bene la risonanza?
«Io avrei scaricato l’idrocefalo e poi mi sarei tenuto il tempo per decidere. Però insisto, non conosco il caso e non ho visto le immagini».