«C’è voglia di jazz ma il Comune penalizza solo noi»

Giampiero Rubei è da 25 anni una delle colonne dell’intrattenimento musicale di qualità a Roma, l’uomo che ha dato vita al più famoso wine-bar/jazz-club d’Italia: l’Alexanderplatz. Ma è anche l’imprenditore-organizzatore-direttore artistico che ha creato quel piccolo miracolo a cielo aperto che è il Festival di Villa Celimontana. Una rassegna che ogni anno - a dispetto di un’offerta sempre crescente - ripete il suo successo.
Rubei, qual è il bilancio dell’estate 2007 di Villa Celimontana?
«È andata in maniera trionfale, malgrado il Comune di Roma ci abbia tolto quasi un mese imponendoci la chiusura il 15 agosto invece del 9 settembre, come noi avremmo voluto e come avevamo fatto negli anni passati».
Per quale motivo?
«Si è parlato di motivazioni ambientali. Penso sia un errore burocratico. Voglio sperarlo perché la gente viene tutte le sere e ama venire qui. Ma non voglio dire di più e non voglio fare polemica soltanto per il gusto di farla. Anche se gli altri restano aperti e allora quello penalizzato sono solo io».
Quest’anno la formula di Villa Celimontana è stata esportata anche in altre città italiane. Come ha funzionato questo esperimento?
«È stato un grande successo e una grande soddisfazione. Oltre al Festival di Montalcino a luglio abbiamo organizzato il Festival di Milano nel Cortile d’Onore del Palazzo di Brera. Per noi, poveracci privati, è stata una bella impresa. Ho ricevuto lettere di encomio dalle Belle Arti anche per aver costruito eventi importanti, come quello su Dino Buzzati. E tutto questo mi è servito anche per riflettere sulla situazione dell’offerta musicale e non solo a Roma».
Lei da anni esprime perplessità sull’evoluzione dell’Estate Romana e su una certa ipertrofia dell’evento.
«L’Estate Romana va rivista e ripensata tutti insieme, discutendo con gli operatori e con l’assessore. Ormai i concerti ci sono in tutta Italia, manca una particolarità, un guizzo di fantasia, un’identità, bisogna fare uno sforzo per rilanciarla, avere il coraggio di cambiare».
Nel nuovo assessore alla Cultura, Silvio Di Francia, ha trovato un interlocutore attento?
«Di Francia è una persona per bene. Ma gestire quello che c’è è facile, bisogna andare oltre. Io sto pensando a qualcosa, ad esempio a produzioni romane da mandare in giro per l’Italia e per il mondo, che possa restituire linfa creativa a una grande manifestazione che rischia di ripetere se stessa».
Un grande musicista come Enrico Rava dice: il fenomeno jazz a Roma è legato alla passione di poche persone. Rischia di cadere nel momento in cui queste non ci saranno più o si occuperanno di altro e quando ci sarà un cambio di amministrazione al Comune di Roma.
«In tutto il mondo l’organizzazione è legata alle persone. Enrico Rava, che è un mio caro amico e qui ha suonato per tre fantastiche serate, dice questo anche per fare un assist a Veltroni. Ma Villa Celimontana e l’Alexanderplatz c’erano prima di Veltroni e ci saranno anche dopo».
Come è cambiato il Festival rispetto agli inizi? È più facile oggi gestire una rassegna di questo tipo, visto il brand vincente di Villa Celimontana e la magia di questo luogo?
«Ora è più difficile perché c’è tanta concorrenza. Bisogna confrontarsi con tutto quello che c’è a Roma. Quando iniziammo c’era un piccolo palco su cui proponevamo jazz dalle sei del pomeriggio. E Villa Celimontana divenne velocemente la Villa del Jazz. Ma oggi è anche più affascinante perché ora il Festival lo porto in giro per il mondo come ho fatto con la Finlandia, con Madrid e con Cracovia».
Qual è il segreto di Villa Celimontana?
«Siamo qui da venticinque anni. Nel settore musicale non siamo entrati a tavolino, c’è un rapporto personale e fiduciario con gli artisti. Non ci siamo improvvisati e non siamo figli dei sovvenzionamenti come altri. È anche per questo che sopravviviamo senza problemi anche alla selezione naturale che c’è stata in questi anni tra i vari operatori».
Da anni lei cerca uno spazio alternativo per allargare gli spazi, suggestivi ma angusti, dell’Alexanderplatz. C’è qualche novità?
«Lo sto cercando, lo continuo a cercare. Se il Comune mi desse uno spazio sarei contento, la Palma ha avuto 99 anni di concessione gratuita. Se ce lo dessero anche a noi sarebbe meglio. Io una proposta ce l’ho ed è una grande suggestione: tenere aperta Villa Celimontana anche d’inverno, con il palco a disposizione di chiunque. Questa è la mia proposta, quella che avanzo da 5 anni a questa parte. Attendo risposte dal Comune».
Rubei, ma perché lei venticinque anni fa iniziò a occuparsi proprio di jazz?
«Chissà. Fu un’avventura iniziata quasi per scherzo. Ma forse ci ho trovato un senso di libertà e di improvvisazione che fa parte della mia natura».