Cabigiosu: così l’Italia sarà più debole

"Con i nuovi tagli gli impegni internazionali dovranno essere rivisti al ribasso"

Carlo Cabigiosu (nella foto), generale a tre stelle dell’esercito, non è più in servizio attivo, ma è “senior mentor” Nato ed è appena rientrato da un seminario negli Usa sulla guerra moderna. Ha svolto una prestigiosa carriera che lo ha portato ai vertici della sua professione e gli ha fatto maturare una grande esperienza internazionale, presso le forze di intervento rapido atlantiche, il comando Nato del sud Europa, con la guida della missione Kfor in Kosovo e una serie di ruoli politico-militari in Irak. E oggi assiste alla nuova ristrutturazione delle Forze armate che sarà presto avviata.
Il ministro della Difesa e il Dpef dicono che il Modello a 190mila va ridimensionato. Si parla di un taglio di più del 15%, con un calo proporzionato di mezzi e reparti. Quale sarà la conseguenza per le capacità dello strumento militare italiano?
«Se l’Italia vuole rimanere nel gruppo di testa dei Paesi europei deve tener conto di quale importanza e quali investimenti tali Paesi assegnano ai rispettivi strumenti militari. Altrimenti se ne subiscono le conseguenze».
Ma se si tagliano gli effettivi del 15%, la perdita di capacità militari è proporzionale o è ancora maggiore?
«Se il taglio - oltre al personale - colpisce anche i fondi per esercizio e investimenti, si può subire un decadimento anche superiore. Dipende da come saranno attuate le riduzioni».
Con la ristrutturazione in corso, ci saranno problemi di efficienza e capacità?
«Il problema è che in Italia passiamo da una ristrutturazione all’altra senza mai portarne una a pieno compimento. E questo crea problemi al funzionamento di strutture e organizzazioni, rende difficoltosa la programmazione e la gestione delle operazioni correnti».
Si dovranno rivedere anche ruoli, missioni e ambizioni nazionali?
«C’è un’ovvia correlazione tra consistenza e qualità dello strumento militare e i ruoli e i compiti che può svolgere. Non solo. A essere più toccato dai tagli sarà l’esercito, che dipende per l’operatività dalla disponibilità di reparti basati sul soldato-sistema d’arma. Ed è l’esercito che sostiene il peso maggiore delle missioni all’estero».
Avremo meno soldati e mezzi: sarà possibile far comunque fronte agli impegni che abbiamo assunto con gli organismi internazionali?
«Il livello di ambizione è la logica conseguenza di quello che si può effettivamente offrire in termini militari come contributo nazionale. Se si riduce il contributo, è logico che si dovranno rivedere al ribasso impegni e ruoli».
Questo comporterà un peso minore dell’Italia tra i grandi? Occorrerà rivedere anche la politica estera?
«L’entità e la qualità delle Forze armate sono correlate con lo standing internazionale di un Paese, cioè con la sua capacità di rimanere ai vertici nello scacchiere mondiale. Pensiamo a due casi recenti: un Paese europeo mediterraneo ha da poco tagliato lo strumento militare e ne sta pagando il prezzo, al contrario la Polonia, che investe risorse e impiega attivamente le sue Forze armate, ottiene un ritorno politico internazionale in seno a Ue e Nato».
A suo avviso come è possibile mandare a casa in fretta 30mila dipendenti statali con le stellette?
«Temo cominceranno dai volontari in ferma breve. Penso comunque ci vorrà almeno un decennio, perché sarà difficile venir meno agli impegni presi con chi si è arruolato. E ancora una volta a soffrire di più sarà l’Esercito, che subirà contemporaneamente stop ai reclutamenti ed esuberi. Incappando in un pericoloso invecchiamento».
L’Italia attualmente spende circa lo 0,95% del Pil per la funzione difesa. Secondo lei è sufficiente?
«No, siamo agli ultimissimi posti tra i Paesi europei per quanto riguarda la spesa per la Difesa. Si deve alla professionalità delle Forze armate se si riesce a fare tanto con così poco. Ma non si possono compiere miracoli».