Caccia agli assassini

«Mio padre? Era come Peter Pan. Un eterno ragazzino che non voleva crescere, buono come pochi». Michela Lenzi, 28 anni, è la figlia più piccola di Francesco, 56 anni, il gioielliere ucciso in villa all’Axa. Aspetta in strada che anche la sorella Francesca, 29 anni, esca dalla caserma dei carabinieri del gruppo Ostia. Sono state interrogate tutta la mattina di ieri dagli inquirenti a caccia di indizi in grado di risalire ai due killer. «Su mio padre è stato scritto di tutto - continua Michela -, che faceva in continuazione viaggi all’estero. Passi per la Romania, ma è stato pubblicato che era andato anche in Argentina. Falso, tutto inventato. Come la storia che io sarei una pittrice, falsa anche quella. Sì, una Michela Lenzi si trova in internet, ma è un caso di omonimia. Mi occupavo del negozio di papà alle Terrazze, almeno fino a quando non è nato mio figlio. Debiti o storie di usura? Non ci risulta. Sappiamo solo che i carabinieri sono alla ricerca della verità. I tre negozi di papà (due a Casalpalocco e uno a Mostacciano, ndr) sono chiusi per lavori di ristrutturazione. Nessun fallimento. Papà era una persona solare, odiava stare solo». Assieme a Michela, davanti alla cancellata di via Zambrini, c’è Giancarlo Colasanti. «Sono un cugino della prima moglie - spiega - e soprattutto un grande amico di Franco. Una persona sempre pronta ad aiutare gli amici. Potrei raccontare migliaia di belle storie passate con lui. Le gite in barca, quando era in viaggio di nozze. Le risate a cena insieme. Qualcuno gli ha fatto del male, speriamo lo prendano presto. Non meritava di fare questa fine. E non credo ci sia una storia di usurai o creditori. Penso a una rapina finita nel peggiore dei modi. E non penso che dietro ci siano romeni. Franco, d’altra parte, era anche un tipo fumino, al negozio di famiglia, quello storico in viale Eritrea, provarono a fargli una rapina. Li mise in fuga rischiando di farsi accoppare. Quella volta gli è andata bene». «Scrivetele queste cose - aggiunge Michela - non è giusto infangare la memoria di una persona onesta per le chiacchiere di qualcuno». Proprio sulle strane voci che circolano da tempo su Lenzi si concentrano le indagini dei militari. Fra le cose appurate il fatto che non tutto il materiale proveniente dai due locali era stato trasferito nella villetta di via Tespi. Da chiarire la quantità di preziosi trovati nell’abitazione, abbandonati dai presunti rapinatori trasformati in spietati assassini. Resta «una rapina anomala» per gli investigatori. E il motivo, per ora, è coperto da segreto istruttorio. Per tutta la notte sotto torchio le due badanti romene, i loro amici, i conoscenti di Franco. Non solo. Al setaccio degli uomini migliori del colonnello Giuseppe La Gala gli ultimi mesi della vita di Lenzi, soprattutto da quando lascia in fretta e in furia la vecchia abitazione a Casalpalocco per trasferirsi in gran segreto all’Axa, a poco più di un isolato di distanza. Una «fuga» che coincide in maniera impressionante con la chiusura temporanea delle tre attività. Mentre gli esperti del Ris per tutto il giorno ripuliscono la scena del crimine, inquinata dagli operatori del 118 intervenuti per rianimare il gioielliere, al vaglio degli inquirenti lo stato patrimoniale della vittima. Presunti debiti con i fornitori, in particolare, tutti da definire. L’ipotesi più accreditata? Un regolamento di conti legato a interessi economici o sentimentali, sfuggito di mano ai due assassini. Legato mani e piedi, nudo, Lenzi sarebbe stato torchiato fino al colpo di grazia alla testa. Poi la fuga con un’auto pulita: segno che i criminali non avevano intenzione di uccidere.
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