Caccia ai rapinatori che hanno ucciso il complice

La banda ha seguito il titolare del locale che aveva in borsa 30mila euro di incasso. Lo hanno colpito col calcio della pistola ed è partito un colpo

Enrico Lagattolla

Ucciso da un colpo accidentale esploso dal complice. Così finisce uno degli uomini del commando di via Serlio. Intorno alle 3 della notte di ieri, nonostante l’intervento chirurgico a cui è stato immediatamente sottoposto, e dopo il coma dovuto alla grave ferita riportata alla testa. Morto, a cinque ore una rapina sfuggita di mano.
Identità sconosciuta, almeno per il momento. Secondo gli inquirenti, si tratterebbe di «un uomo tra i venti e i trent’anni, slavo, romeno o albanese». Nessun documento d’identità, solo molti «alias», nomi fittizi rilasciati in occasione di precedenti controlli di polizia. «Per conoscerne le generalità, dovremo aspettare di confrontare i dati in nostro possesso con le informazioni dell’Interpol». Tempi lunghi, ci vorrà qualche giorno.
Nessuna notizia, invece, del fuggitivo. O, forse, dei fuggitivi. Quasi un «giallo». Perché se gli uomini della squadra Mobile sostengono che il gruppo di fuoco fosse composto da due soli malviventi, non mancano testimoni certi di averne visti tre. In due sarebbero scesi dalla macchina incappucciati, il terzo - a volto scoperto - li avrebbe aspettati al volante.
Cronaca di un sabato «maledetto». Pochi minuti dopo le otto. Calogero Caico, titolare del bar-ricevitoria «Capoverde» di Gratosoglio, chiude il locale. Con sé, gli incassi degli ultimi giorni: 30mila euro in contanti, oltre a carte di credito, chiavi, e documenti.
Sale sulla sua Volkswagen Passat grigia. Direzione corso Lodi, dove abita con moglie e tre figli. Non s’accorge che una Golf di colore scuro lo sta seguendo. Via dei Missaglia, via Dudovich, Lampedusa, Ortles. Poi viale Brenta a tagliare corso Lodi, fino a via Serlio, dove Caico parcheggia. L’altra auto è sempre dietro.
Le 21 e 18. Due uomini a volto coperto scendono dalla Golf, si avvicinano a Caico, gli intimano di consegnare il denaro. Ma Caico si rifiuta, si chiude in macchina, dai finestrini aperti gli aggressori cercano di strappargli la borsa, la vittima oppone resistenza e inizia una collutazione. Uno dei due banditi cerca di colpire l’uomo alla testa col calcio della pistola. Ed è in quel momento che parte il colpo.
L’aggressore è a terra, privo di sensi, riverso nel sangue, il cranio aperto. Che abbia poche speranze, lo si intuisce subito. E lo capiscono anche i complici, che in un primo momento cercano di trascinarlo in macchina, poi rinunciano, salgono sull’auto e fanno per fuggire.
Attimi concitati divisi tra «scappiamo subito» e «no, dobbiamo prendere i soldi». Così sentono i testimoni. Brusca frenata. I due tornano indietro e strappano a Caico la borsa. Poi si dileguano. Nel giro di pochi minuti arrivano le volanti della polizia, gli uomini della scientifica iniziano i rilievi, mentre un’ambulanza trasporta il ferito all’ospedale Fatebenefratelli.
Dei complici - ammesso che siano due - si perde ogni traccia. Ricercati per rapina. Sull’uomo che ha sparato, comunque, pende un’accusa per omicidio colposo. Le indagini intendono accertare le ultime frequentazioni del bar «Capo Verde», ma in questura continuano ad arrivare le testimonianze di quanti erano presenti in via Serlio al momento della rapina. Gli esami balistici, inoltre, escludono che il colpo fatale sia partito dalla pistola che il commerciante detiene regolarmente.
Nessun commento da casa Caico. Le risposte, al citofono e al telefono, sono cortesi ma ferme: «Non abbiamo nulla da dire». «Mio padre sta bene - dice il figlio - ma è stanco e scosso». Il sabato «maledetto» è alle spalle, non del tutto.