Caccia ai segreti del capitano La telefonata con la Costa:"Ho fatto un guaio, è vero"

<div>Schettino al giudice: "Costa sapeva tutto. Ho chiesto perfino l’intervento degli elicotteri" Ma solo la scatola nera potrà chiarire la dinamica dell’incidente e i 76 minuti di stallo</div>

Dal nostro inviato a Grosseto

Dicono che al suo paese, Meta di Sorrento, amasse esibirsi in tuffi spettacolari in pieno inverno. Quando la claque è assicurata. Francesco Schettino era un comandante sopra le righe. Anche l’amministratore delegato della Costa Crociere Pier Luigi Foschi l’ha in qualche modo ammesso, conversando con Goffredo Buccini del Corriere della sera: «Potrebbe avere qualche piccolo problema caratteriale…gli piaceva apparire». E però lo stesso Foschi aggiunge, e non potrebbe essere diversamente: «Sempre considerato molto valido tecnicamente». Ora che Schettino è diventato per forza di cose il mostro nazionale, si tende a dimenticare che a volte gli eccessi sono il lato vulnerabile di personalità complesse e di uomini non necessariamente mediocri o, peggio, deboli.

La scatola nera. Ieri il pm ha disposto un accertamento molto importante, sotto forma di incidente probatorio: l’apertura della scatola nera. Lo studio della scatola nera e la ricostruzione dinamica dell’incidente potrebbero in definitiva spiegare qual che appare inspiegabile: come ha fatto il comandante a centrare gli scogli?

La moldava. Si è detto che Schettino fosse impegnato in una sorta di corteggiamento galante con l’ormai famosa moldava venticinquenne. La signorina Domnica sarebbe stata vista da un testimone con il comandante intorno alle 21. Il due avrebbero consumato una cenetta molto allegra. Poi, ormai su di giri, si sarebbero spostati con il maitre Tievoli nella plancia. Qui, ormai alticcio se non ubriaco, Schettino avrebbe voluto sfidare la sorte compiendo quella che il procuratore di Grosseto Francesco Verusio definisce «una bravata». Ovvero un inchino ancora più ravvicinato di quelli, innumerevoli, realizzati con successo in passato.

La spuma. Nell’interrogatorio di garanzia, davanti a gip e a ben quattro pm, Schettino dà un’altra versione: «A sei miglia dal Giglio sapevo di dover mettere il manuale. Così è stato. Venti minuti prima mi hanno chiamato e ho inserito il manuale. L’inchino sì, l’ho fatto, perché me l’ha chiesto Tievoli. La settimana prima però mi ero rifiutato perché il mare era in tempesta». Siamo al momento del crash: «Il radar batteva lo scoglio a una distanza di sicurezza. Quando ho visto la spuma, ho capito che c’era uno scoglio affiorante o subito sotto il pelo dell’acqua. Allora ho ordinato l’accostata a dritta». Troppo tardi. Complice, a quanto pare, anche la velocità eccessiva. E aggiunge: «Se fossi andato dritto lo scoglio non l’avrei preso». C’è stato un qualche guasto tecnico? Al momento, con i dati a disposizione, pare proprio di no. Ma alcuni elementi, forse, sono da ridimensionare o almeno da valutare criticamente. A cominciare da quel mix di Bacco e Venere che avrebbero spinto la Concordia verso il disastro. Bruno Leporatti, il difensore di Schettino, fin qui silenziosissimo, esce allo scoperto: «Questa storia che Schettino fosse ubriaco o comunque avesse alzato il gomito a cena è un’immane sciocchezza e nessuno ce l’ha contestata». Nessuno, peraltro, ha pensato di fargli il test subito dopo lo sbarco al Giglio. «In udienza - aggiunge Leporatti - il gip gli ha chiesto se accettava di sottoporsi al test tossicologico e lui, senza nemmeno consultarmi ha detto sì». Leporatti non ha dubbi: «Schettino era sobrio ed era al suo posto in plancia. Con gli altri ufficiali. La moldava non c’era e questa teoria dell’inchino come omaggio galante è fuori dal mondo».La linea difensiva si aggrappa ad alcuni elementi fluidi, se non scivolosi, in questa babele di versioni e controversioni. Anche sullo status di Domenica Cemortan sono fiorite le voci: era registrata, no non lo era. Ora, con una nota, la Costa prova a mettere un punto fermo: «Aveva una cabina garantita, anche se non ancora assegnata». Forse la spiegazione è banale: la nave era partita da poche ore, la donna non aveva ancora ricevuto le chiavi. Al Giornale risulta invece un altro elemento: Domnica aveva una relazione sentimentale con un altro ufficiale, ma non era l’amante di Schettino.

Le telefonate. Schettino era un comandante guascone, ma non una macchietta (tragica). Quei 76 minuti, fra le 21.42 e le 22.58, vengono descritti come una sorta di 8 settembre della Concordia. Affermazione in parte, solo in parte, veritiera, perché il comandante in quel periodo di tempo chiama almeno tre se non quattro volte i manager della Costa a Genova. Ecco riemergere l’altro Schettino, quello che non ha perso il controllo di sé o che almeno prova a gestire il disastro. Chi chiama chi? Sicuramente il comandante parla con uno dei tecnici di punta della Costa, Alberto Ferrarini. A lui avrebbe detto sin da subito: «Ho fatto un guaio». «Schettino - insiste Leporatti - ha informato, come era suo dovere, l’armatore. La Costa sapeva». Sapeva fino in fondo, la compagnia, la gravità della situazione? «La Costa sapeva tutto - ha detto al gip il comandante - ho chiesto persino l’intervento degli elicotteri per evacuare le persone. E non ho sottovalutato il pericolo. Non ho parlato al microfono per non diffondere il panico, ma i passeggeri sono stati correttamente avviati ai punti di raccolta. Io dal ponte numero tre coordinavo le squadre di soccorso». E una volta giù, con la nave inclinata, - si giustifica - sarebbe stato quasi impossibile risalire. «Ma ho rifiutato il passaggio di un vigile urbano per lasciare via terra quei posti».

"Ho fatto il mio dovere". In caserma a Orbetello, prima di essere fermato, Schettino viene intercettato dalle microspie poste nella stanza. «Ho fatto il mio dovere», ripete. Ora, attraverso il suo avvocato, torna a difendersi. «Se ho fatto un errore, me ne assumo la responsabilità. Ma prima è bene che questi errori siano individuati. Poi ciascuno potrà valutarli». Si mostra orgoglioso il secondo Schettino. Diverso e lontano da quello preso a schiaffi dal comandante De Falco nella famosa telefonata. Ora toccherà al tribunale del riesame decidere. Fra il carcere, chiesto dalla procura e la libertà, reclamata dalla difesa.