Caccia ai vip, Unione a mani vuote

Da Baudo a Veronesi passando per De Bortoli: è iniziata la discesa dal carro del (presunto) vincitore. E anche i delusi della Cdl assicurano: mai con l’Ulivo

Luca Telese

da Roma

Se ci pensi la politica è come le stagioni, il clima cambia repentinamente, e un nuovo vento inizia a soffiare senza preavviso. Se ci pensi, fino a ieri sembrava una corsa in soccorso dei (presunti) vincitori, e alla Rai, la madre di tutti i cambi di stagione già si diffondeva la «sindrome Giorgino» (dal nome del conduttore primo contagiato dal bacillo): fino al giorno prima tutti berlusconiani al cubo, un minuto dopo tutti oppositori del «Regime».
Se ci pensi qualcosa deve essere cambiato, e in queste ore - anche per effetto della nuova legge elettorale - sembra che tutto si sia capovolto, che sia iniziata una corsa a scendere dal carro del vincitore (o del presunto tale) piuttosto che a salirci. Certo, a dire il vero è strano: il centrosinistra perde pezzi proprio mentre gonfia il petto, appare meno rassicurante proprio quando riacquista la sua sicurezza. Sarà vero quello che scrive Luca Ricolfi, in un libro che già è diventato un caso, Un pezzo di sinistra che ha «il complesso del migliore» (Perché siamo antipatici? Longanesi 2005) e la presunzione non l’aiuto ad accattivarsi simpatie, anzi.
Il caso più clamoroso? Quello di Pippo Baudo: lo avevano già arruolato, con leva coatta per risolvere le grane della Sicilia, dove il solito Ulivo del viva-le-primarie-solo-quando-vinco-io ha un problema. Evitare che Claudio Fava (più di duecentomila preferenze alle europee) vincesse le primarie, a mani basse. Così Romano Prodi annuncia: «Sarà lui il nostro candidato». Macché, nulla da fare: Baudo, un inaffondabile dal naso fino, uno che è morto e risorto almeno tre volte, uno che dato per spacciato si è rimesso a cavalcare impetuosamente lo share, be’, proprio lui guasta la festa e dice: «Ringrazio, ma non è per me, non ho l’esperienza per governare cinque milioni di persone». Chapeau per lo stile umile, campanello d’allarme per l’Ulivo. E che dire del pasticciaccio brutto di Milano? Lì si era già partiti con una carta sicura, quella (presunta anche questa) di Ferruccio De Bortoli. Vittima del Regime, gran signore, milanese a 18 carati, chi meglio di lui? Glielo chiedono in tutte le salse, gli spiegano che Milano ha bisogno di «una nuova stagione riformista», che il ciclo del centrodestra è chiuso. Sarà, risponde cortese, ma preferisce non muoversi dal Sole-24 ore. E va bene, si passa a Umberto Veronesi: vedi - dicono a lui - il gioco è fatto, se ci dici sì vinci senza nemmeno dover toccare palla. Peccato che non appena si diffonde la voce, si scopra che su sette partiti della coalizione, solo due lo vogliono: nulla da fare: «Ringrazio vivamente - dice Veronesi - ma non mi candido». E che dire del Parlamento? Qui si arriva al tragicomico, come nel caso del senatore Renzo Gubert. È un udicino in sofferenza, nel centrodestra dice che non si ritrova più, lascia il suo gruppo e passa al misto. Lo intervista Antonello Caporale, sulla Repubblica e lui si scatena: Berlusconi gli fa venire l’orticaria, a Trieste ha sostenuto la Margherita, è finalmente pronto al lavacro purificatore dell’Unione. E poi? Il giorno dopo al quotidiano arriva una letterina: «Confermo tutto quello che ho detto, ma non il titolo». Ovvero: «Non sto cambiando schieramento». Fosse solo: passata l’illusione del collegio blindato (che è la scialuppa ideale del trasformismo italiano fin dai tempi di Agostino Depretis) i transumanti tornano sui loro passi. E rientra all’ovile, per esempio, anche Aventino Frau, uno che si era staccato da Forza Italia dopo la bega di Verona e che ora sembra tornato sui propri passi: al punto che è pronto a ricambiare gruppo, ma non può abbandonare quello delle autonomie, se no gli fa venire meno il numero legale. E che dire di Ciro Falanga da Torre Annunziata? Splendido e fulgente esempio di «ripensismo» elettorale. Inizia esultando per l’approvazione della legge sul falso in bilancio. Poi si scopre oppositore, e viene corteggiato da repubblicani sbarbatiani e udeurrini. La notizia filtra e lui smentisce indignato: «Il collegamento con questi personaggi di cui sgradisco i metodi, mi offende». Poi la folgorazione: il 29 settembre partecipa al vertice dell’Unione. In che veste? «Rappresentante dei repubblicani europei (Ansa 30 settembre 2005). Ma quando L’Espresso lo inserisce nel centrosinistra - apriti cielo! - arriva la smentita: Ciro Falanga resta a destra. È vero, è cambiato il vento, prima si saliva sul carro del (presunto) vincitore, adesso si scende. Ma in alcuni casi - se ci pensi - sarebbe meglio che ci si restasse.