La caccia alle streghe sacrifica i diritti dei piccoli testimoni

La vicenda di Rignano Flaminio, al di là del contenuto stesso delle indagini e della morbosità mediatica che spesso caratterizza (purtroppo) situazioni di questo genere, obbliga a sviluppare alcune considerazioni elementari sul senso medesimo del diritto, in generale, e del diritto penale, in maniera particolare.
Nella tradizione più antica e ancora oggi in talune correnti del liberalismo, il diritto è pensato essenzialmente come una pratica volta a favorire le relazioni sociali e di conseguenza anche a porre rimedio ai danni subiti da chi è stato oggetto di una qualunque forma di aggressione. In questa prospettiva, al centro c'è la vittima, che deve essere quanto più è possibile protetta e nei limiti del possibile deve anche ricevere un'equa riparazione per l'offesa subita.
Ma la confusa storia delle maestre accusate di avere sessualmente abusato di alcuni piccoli di una scuola materna si colloca in un altro mondo, come evidenziano le recenti denunce formulate da Giovanni Bollea, il più prestigioso neuropsichiatra infantile italiano. A giudizio dello studioso, le indagini in corso (con le molte ore di interrogatorio a cui i bambini vengono sottoposti) possono solo danneggiare - e in qualche caso assai gravemente - l'equilibrio psichico e la maturazione dei bambini stessi. Bollea punta il dito contro i genitori, che non avrebbero dovuto dare il loro assenso a quella che appare un'inaudita violenza, ma forse c'è anche dell'altro. C'è anche - e soprattutto - un diritto che ha perso di vista le persone e ormai si occupa di tutt'altro. Il diritto dell’individuo viene sacrificato sull’altare della società, grande organismo sempre minacciato da un nemico esterno indefinito. All’origine di tutto questo c’è la paura.
Al riguardo bisogna tenere presente che nella logica spietata dello Stato moderno il sistema legale (specie quello penale) non mira tanto a proteggere i singoli e riparare ai danni che essi hanno subito, ma si propone invece di salvaguardare la comunità «nel suo insieme». Se a Rignano Flaminio sono stati compiuti gravi reati, vittime non sono soltanto e in primo luogo i bambini, ma la società italiana. E l'apparato giudiziario ha quindi il compito di agire - anche con metodi un po’ discutibili - per individuare i colpevoli, processarli e metterli in prigione.
Il meccanismo può talora apparire cieco e autoreferenziale, ma invece sottende una visione utilitaristica, la quale regge l'intero sistema penale. Se il gergo di quanti si occupano di tali questioni si distingue tra una prevenzione detta «generale» (che considera l'insieme dei consociati) ed una «speciale» (che si focalizza sui devianti), è qui più importante rilevare che in ogni caso - e ben prima di arrivare alle sentenze e alla comminazione delle sanzioni - si tratta di visioni tutte in senso lato collettiviste, che hanno già marginalizzato la persona singola.
Quando a subire gli eventuali abusi è l'Italia stessa, i bambini perdono la loro individualità e possono essere sottoposti a interrogatori certamente rischiosi e potenzialmente devastanti. La responsabilità di tutto questo, allora, non è solo dei genitori: vi è una responsabilità più estesa e chiama in causa tutti noi.