È caccia alle auto "truccate". Gli altri produttori tremano

In Europa la gran parte degli 11 milioni di auto "tossiche". Squinzi: "Mi auguro che altre Case non siano coinvolte". VW chiama i difensori di Bp

Il «Dieselgate» scatenato da Volkswagen ha ormai rotto gli argini: dagli Usa all'Europa, fino ai Paesi asiatici e all'Australia, sono state ordinate indagini per verificare possibili manipolazioni dei dati di emissione dopo lo scandalo dei test truccati negli Usa. Ma dove sono finiti gli 11 milioni di veicoli dotati del software «civetta»? A conti fatti, la stragrande maggioranza riguarderebbe il mercato europeo dove, però, i limiti alle emissioni sono meno stringenti rispetto a quelli americani (31 mg per gli NOx, gli ossidi di azoto, negli Usa; 80 mg da noi). In questo caso, Volkswagen potrebbe avviare una maxi-campagna di richiami. «Una volta partita l'operazione - spiega un ingegnere dell' automotive - è possibile che i tecnici tedeschi ricorrano a una messa a punto per riequilibrare il rapporto tra prestazioni ed efficienza, a beneficio di quest'ultima».

In una nota, l'Acea, l'associazione dei produttori europei, afferma intanto che lo scandalo sulle emissioni diesel truccate di Volkswagen mette alla prova tutto il settore auto Ue, chiamato ora ad affrontare la questione dei test «molto seriamente».

Acea aggiunge che quello tedesco potrebbe essere anche un caso isolato: «Non ci sono le prove che questo sia un problema di tutto il settore. I requisiti legali in merito alle emissioni inquinanti dei veicoli a motore si riferiscono a un test effettuato in condizioni di laboratorio. Tutte le auto diesel Euro 6 sul mercato hanno un certificato rilasciato dalle autorità di un Paese membro che conferma il rispetto dei requisiti legali. Presto - conclude il comunicato - la certificazione Euro 6 per la prima volta richiederà anche un test delle emissioni in realistiche condizioni di guida, rendendo l'Europa l'unica regione al mondo a effettuare simili test sulle auto. Da parte nostra, continueremo a impegnarci con la Commissione Ue e i governi nazionali per affrontare le attuali sfide e assicurare che si mantenga la fiducia nell'industria dell'auto e in una tecnologia diesel pulita». All'attacco, intanto, sono passate le numerose associazioni dei consumatori pronte ad avviare class action . Da qui la decisione del colosso di Wolfsburg di ingaggiare lo studio legale Usa Kirkland & Ellis, lo stesso che difese Bp nell'inchiesta sulla marea nera che devastò il Golfo del Messico.

«Ci auguriamo che quanto è emerso negli Usa - osserva il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi - non fosse una pratica corrente anche tra le altre Case. Se questi tipi di imbrogli sono stati presi anche per le auto destinate all'Italia, il ministro Gian Luca Galletti si è già attivato e lasciamo al governo la responsabilità delle decisioni».

«L'immagine negativa prodotta da questo scandalo - precisa in proposito Paolo Martino (Frost & Sullivan) - fa scattare nelle menti di tutti il dubbio che Volkswagen non sia l'unico gruppo ad adottare o ad aver adottato questi trucchi per passare i test per le emissioni, soprattutto nel mercato Usa. Ora tutto il settore deve porsi nuove questioni da affrontare, prima tra tutte quella relativa a standard comuni e a livello globale per le emissioni. Questo, ovviamente, avrebbe ripercussioni sulle società, ma almeno i consumatori vedrebbero un reale impegno nel combattere l'inquinamento e le politiche del raggiro». Il sito focus2move , infine, ha calcolato nella cifra astronomica tra gli 80 e i 100 miliardi il costo complessivo per i tedeschi del «Dieselgate», considerando le perdite in Borsa, le sanzioni da pagare, i risarcimenti e i richiami per le modifiche .