CACCIA AL COLLABORAZIONISTA

N onostante giungano ampie rassicurazioni dal presidente Baratta in persona sullo stato dei lavori al Padiglione Italia, che sarà inaugurato nei tempi previsti, venerdì 3 giugno, in Laguna si fa sempre più aspra la polemica. Certo, il destino di chi cura ed espone alla Biennale è quello di stare al gioco delle critiche, ma questa volta la questione è un po’ più grave che il semplice giudizio sulla mostra. Accettare o rifiutare un invito è legittimo e discrezionale, così come pretendere almeno la copertura delle spese di trasporto, anche se esiste una differenza tra il giovane artista senza galleria e il milionario Luigi Ontani terrorizzato alla sola idea di spendere 300 euro a fronte di un modello unico che supponiamo importante.
Compilare liste di proscrizione, molto ma molto meno. Si tratta infatti di una vera e propria caccia al collaborazionista. Se stai al gioco di Sgarbi, se ti fai coinvolgere mostrando una tua opera o segnalando un artista, vuol dire che sei corresponsabile del massacro ai danni dell’arte italiana. Quindi segnato a dito, perseguitato dai monatti che si spartiscono il potere e decidono i buoni e i cattivi. Peggio, molto peggio, se sei di sinistra: marchiato dall’infamia di questo Padiglione Italia è pronto per te l’ostracismo. Venezia come Vichy, Sgarbi uguale a Petain.
Il popolo dell’art-blog, chiamato a esprimersi liberamente e sollecitato a sfogare le proprie frustrazioni, solidarizza con chi, invitato, ha posto il gran rifiuto, a cominciare dal pittore romano Cristiano Pintaldi che di Sgarbi non vuol manco sentir parlare perché ideologicamente avverso. Anche se andrebbe specificata la differenza tra essere presente sul main stage di Venezia o in uno dei palchi di seconda fila di una qualsiasi sede regionale, per cui si può capire il disinteresse di alcuni, tipo Beppe Gallo o Paolo Canevari, che alla Biennale in carriera hanno già partecipato.
Per opporre un rifiuto basta inviare una mail o non rispondere al telefono. Gli artisti, invece, si scoprono grafomani e petulanti abbondando in spiegazioni non richieste. Sul blog dell’Espresso firmato Alessandra Mammì, Luca Vitone denuncia la mancanza di rispetto verso la Biennale più antica del mondo, critica (qui non senza ragione) le modalità organizzative, riproponendo il principio di una scelta altamente selettiva. Se però tale criterio fosse applicato, probabilmente lui non sarebbe stato invitato.
Vitone è stato segnalato dall’architetto Pierluigi Cerri, che non conosce (come Sgarbi) eppure stima (perché a differenza di Sgarbi è di sinistra). Il fatto è che la stragrande maggioranza degli intellettuali e dei personaggi chiamati dal curatore a esprimere la propria preferenza pende chiaramente da quella parte. Sento dire in giro, e sempre più insistentemente, che questi neo-collaborazionisti si dovrebbero vergognare di partecipare al giochetto folle e distruttivo di un esponente chiave del berlusconismo in Italia. Pensate ai nomi più rutilanti della lista: il premio Nobel Dario Fo, gli attori Roberto Benigni, Ascanio Celestini, Toni Servillo e Luciana Littizzetto, i registi Ferzan Ozpetek, Bernardo Bertolucci e Mimmo Calopresti, gli scrittori Lidia Ravera ed Edoardo Nesi, i professori Ernesto Galli della Loggia, Alberto Abruzzese e Umberto Veronesi, gli editori Alberto Castelvecchi e Marcello Baraghini, gli stilisti Alda Fendi ed Elio Fiorucci, i giornalisti Fabio Fazio e Roberto Silvestri, il matematico Piergiorgio Odifreddi, il musicista Franco Battiato. Tutti miti della nomenklatura eppure tutti entusiasti nel partecipare a un progetto comunque unico e irripetibile, nel bene o nel male.
Ha scritto bene Sebastiano Vassalli sul Corriere della Sera, anche lui coinvolto: «è un’idea che rompe schemi collaudati ma fin troppo prevedibili, basati sull’eccellenza (vera o presunta) degli artisti e sulle tendenze del curatore in campo estetico. Ci saranno critiche, anche feroci, ma ci sarà anche tanta curiosità e, si spera, tanto pubblico, finalmente!, di non addetti ai lavori».
Buone notizie ai naviganti: per una volta l’intellettuale italiano si dimostra libero, oltre che pensante. Significa che nel nostro Paese ci sono almeno duecento persone che non applicano il pregiudizio al posto del giudizio. Al contrario, critici (tutti) e artisti (molti) formano un sindacato autoprotezionistico e fuori dal mondo. «Sgarbi è artefice di un carrozzone», tuona Renato Barilli ancora convinto che le uniche mostre buone siano le sue; persino l’ottimo Gino Agnese, ex presidente della Quadriennale lo accusa di aver aperto al dilettantismo e alla pittura della domenica; mentre i consulenti, da Marco Senaldi a Marco Tonelli, si affrettano a scendere dal Titanic prima che affondi. Sgarbi ha il potere di mettere d’accordo tutti i colleghi: non uno che lo difenda, non uno che intuisca la forza immaginifica e utopistica di un progetto folle e abnorme comunque destinato a lasciare il segno.
Sgarbi ultimo avanguardista? Certo, proprio lui che ama la pittura figurativa. Perché di fronte al rischio assurdo che si è preso, gli altri appaiono invecchiati di colpo, conservatori ad oltranza dello status quo in piccoli recinti di vittime di un sistema che li adula da una vita e non li premierà mai.