Caccia e vittime delle doppiette, è guerra sulle cifre

Il Comitato nazionale Caccia e natura sbugiarda un’associazione animalista che aveva organizzato una &quot;chiassata mediatica&quot; raddoppiando artificiosamente e in malafede il numero dei morti alla fine della stagione venatoria<br />

Le «bufale» sugli stravolgimenti climatici e sui rischi per l’umanità intera che ci vengono a volte propinate dagli ambientalisti catastrofisti vengono fortunatamente smentite dai fatti. E quando non è la natura stessa a ridicolizzare certi “profeti di sventura”, ci pensano gli scienziati seri a dimostrare come l’uomo possa incidere in percentuale minima nei cambiamenti climatici. La stessa “scuola di pensiero” fondamentalista-catastrofista si esercita ogni anno a gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica per dimostrare, ad esempio, che la caccia è un’attività distruttiva per la quale, per giunta, la società paga un costo elevatissimo di vite umane.

Ora, senza voler entrare nel merito di un’attività che è nata con l’uomo ed è stata per millenni connaturata al suo istinto di sopravvivenza, c’è da rilevare semplicemente che la caccia è un’attività consentita e regolata dalle nostre leggi. Chi la esercita è sottoposto a una serie di vincoli, di tasse, di regole da rispettare. Esistono anche tante persone - sono, forse, la maggioranza - che non imbraccerebbero mai una doppietta ma che, tutto sommato, considerano la caccia come una passione, uno sport, un’attività tradizionale e la guardano con simpatia oppure con indifferenza. Ci sono, infine, i fondamentalisti anti-caccia che si battono da sempre per cancellare l’attività venatoria dal nostro ordinamento giuridico.

Negli ultimi decenni, in verità, si sono svolti due referendum nazionali e una decina regionali che avevano come obiettivo l’abolizione della caccia o delle norme del Codice civile che ne regolano l’esercizio. Nessuna di queste consultazioni referendarie ha mai raggiunto il suo scopo. Attraverso modifiche legislative che hanno eliminato il cosiddetto “nomadismo venatorio”, cioè la possibilità di praticare la caccia su tutto il territorio nazionale (ovviamente ai titolari di licenza e nel rispetto delle regole); attraverso l’aumento delle tasse e l’introduzione di nuovi balzelli; attraverso un sistematico giro di vite sui controlli sanitari preventivi e burocratici, il numero dei cacciatori italiani negli ultimi trent’anni è diminuito del 60 per cento circa. Ma a tutt’oggi 6-700mila cacciatori, grazie alla loro passione, tengono in vita un importante settore dell’industria italiana che, considerando anche l’indotto, dà lavoro a decine di migliaia di persone. Anche per questo ci sarebbe bisogno di una informazione corretta. Invece, come dicevamo, a ogni chiusura di stagione annuale, vengono diffusi dati che non stanno né in cielo, né in terra.

Per gettare discredito sull’intera categoria dei cacciatori, i fondamentalisti-animalisti parlano di decine di milioni di volatili abbattuti ogni anno. I loro “calcoli” non hanno nulla di serio: non si rivolgono, per esempio, all’Infs, l’Istituto nazionale della fauna selvatica che effettua censimenti su alcune specie animali. Più semplicemente, utilizzano i dati riguardanti la produzione industriale di munizioni, propinando ai mezzi d’informazione l’equivalenza «ogni cartuccia un volatile ucciso». Anche un bambino capirebbe l’assoluta infondatezza del “dogma animalista”.

Intanto una consistente percentuale di munizioni prodotte resta invenduta; di quelle utilizzate, più della metà vengono destinate al tiro sportivo su piattelli; di quelle che restano, forse il 10 per cento finisce per colpire l’obiettivo... Il capitolo più inquietante della sistematica opera di disinformazione è quello riguardante il tributo in vite umane che si paga per la caccia. In questo ambito occore fare una premessa: gli incidenti mortali che derivano direttamente dall’attività venatoria purtroppo si verificano spesso per imprudenza, a volte per tragica fatalità. Ma senza considerare le vittime della strada (che ogni week end fanno registrare numeri impressionanti), ci sono decine di attività (sportive e non) nell’esercizio delle quali si verificano incidenti mortali. Si pensi agli annegamenti o all’alpinismo.

Il numero delle vittime delle doppiette (sempre e comunque elevato, trattandosi di vite umane) è infinitamente inferiore a quello dei morti in incidenti fra le mura domestiche, tanto per fare un altro esempio. Ma c’è sempre chi fa l’“apprendista stregone” e si esercita a organizzare «chiassate mediatiche» accusando i cacciatori di ogni nefandezza. Stavolta, a diffondere dati e numeri “impressionanti” ci ha pensato un’associazione che nel solito elenco delle vittime, già gonfiato e pieno di errori, ha pensato bene di aggiungere 40 decessi avvenuti fra “non cacciatori” e originati da un’arma da caccia, anche se usata per commettere omicidi e suicidi. A dire il vero, dopo le documentate inchieste diffuse dal «Comitato nazionale Caccia e natura» negli anni passati, molti quotidiani hanno evitato di riportare i dati farneticanti diramati dalle solite associazioni fondamentaliste; tuttavia ci sono ancora organi di stampa che non guardano troppo per il sottile e si limitano, in maniera assolutamente acritica, a riportare una serie di notizie completamente destituite di ogni fondamento. «Innanzitutto - fanno notare al Cncn - c’è da sottolineare che mentre quest’anno il farneticante comunicato parla di 40 vittime, lo scorso anno, adottando gli stessi criteri assurdi, le presunte vittime ammontavano a 54.

Dopo aver messo doverosamente in evidenza questa significativa diminuzione, bisogna, per correttezza di informazione, correggere il dato di 40 vittime come segue: i morti per incidenti di caccia sono stati 21; i morti a causa di un infarto o malori (ogni anno se ne registrano oltre 160.000 fra le mura domestiche) sono stati 11; i morti a causa di cadute (senza che ci sia stato alcuno sparo) sono stati 3; i morti per incidente automobilistico (avvenuto in seguito a un malore) 1; un ferito (peraltro completamente ristabilito) conteggiato fra i morti; un bracconiere ucciso durante una battuta di frodo; un cacciatore ucciso da un cinghiale (in passato è accaduto a un contadino); un suicida. Come si può facilmente comprendere, le 21 vittime non sono evidentemente ritenute sufficienti a suscitare allarmismo e preoccupazione (non solo nella pubblica opinione, ma anche presso i politici e le istituzioni) e allora si ricorre a tutta una serie di squallidi escamotage (come i malori o le cadute) oppure a veri e propri falsi spudorati, fra i quali sono veramente degni di nota il ferito che è stato disinvoltamente conteggiato fra i morti, la vittima per incidente automobilistico o il poveretto che ha scelto di uccidersi con la doppietta invece che buttarsi dalla finestra o sotto un treno».