La caccia impossibile all’alloggio

Il problema della casa a Milano non è un problema che si possa risolvere cercando di «tappare buchi» con provvedimenti, disposizioni transitorie e promesse. I dati parlano chiaro: ottantamila appartamenti sfitti stanno a significare parecchie cose. Innanzitutto che gli abitanti del nucleo centrale della città sono benestanti che ne possiedono più di una, secondo che gli immigrati possono trovar posto solo nelle fasce periferiche, terzo che per i giovani l'abitare è un problema quasi irrisolvibile economicamente senza l'intervento di esterni. Dall'altra parte le case popolari. La nostra città ha un passato glorioso e di avanguardia in questo settore, e l'Istituto Autonomo ha lavorato nel tempo ad un livello qualitativo e architettonico che si pose all'attenzione non solo dei Comuni italiani. Oggi i cinquecento alloggi costruiti in dieci anni costituiscono una cifra ben modesta. E forse in questo discorso entra anche quello del campo nomadi di via Triboniano. Si discute di sicurezza, di patti sociali, di garanzie e quant'altro per un problema di trentatré famiglie, ma il tema di fondo resta quello della collocazione degli immigrati, chiamati da Confindustria, Chiesa e Presidenza della Repubblica come una necessità alla quale dare dignità e riconoscimento. E allora cosa dovrebbe accadere a Parigi, dove, e non certo in un prato di periferia ma lungo le due rive pedonali del centrale canale Saint-Martin, sono installate le incredibili file di tende colorate? Sono duecentocinquanta e abitate da due persone, tutte senza fissa dimora per l'impossibilità di pagarsi un affitto. Forse che nel quartiere sono sorte grandi sollevazioni, cortei, minacce ed altro? Questo sta a dimostrare che il problema della casa, costosa nell'acquisto e nell'affitto, non è certo solo nostro, ma che da noi è ormai ora che sia affrontato in maniera estremamente seria e non politica, ma piuttosto specifica,con una tempistica ragionata e con vertici giusti e capaci.