Caccia al tesoro nascosto Ora tutta Parma scava per trovare l’oro bizantino

ParmaNon sarà nobile come la «Linea della Rosa» tanto ricercata dai protagonisti del Codice da Vinci, ma altrettanto prezioso. Fino ad oggi «l’oro» di Parma in effetti era rosa, come il buon prosciutto che ha fatto grande la città Ducale. Che ora, però, dalle golose fette, si sia passati a cercare l’oro, quello vero, è l’ultimo dei misteri del buen ritiro di Maria Luigia. Degno di un elucubrato pensiero alla Dan Brown.
In principio fu una missiva che ha intasato le caselle di borghi e strade. Ora i commercianti l’hanno anche esposta in vetrina. Mittente è un «parmigiano doc», o meglio «dal sasso» - come usa dire qui - che, pur residente a New York, torna spesso in città. Mister Francis Pelagatti mette in guardia la cittadinanza - precisa di aver avvertito anche il Comune - sostenendo che in città, fra il parco della Cittadella e la zona dello stadio Tardini, si sia scatenata una vera e propria febbre dell’oro. Uomini, soprattutto di chiara ascendenza araba, si aggirerebbero con metal detector veri o artigianali alla ricerca di un tesoro sepolto. Sarà quello del crack Parmalat o il «buco» delle casse comunali dopo gli ultimi scandali che hanno rovesciato la Giunta? No, il gruzzolo sarebbe un po’ più antico, come spiega lo zelante oriundo: risalirebbe al 567 d.C. e alla fuga dell’esarca di Costantinopoli, braccato dai Longobardi.
La storia è Storia e anche la toponomastica è incontrovertibile: il «contabile» dell’Imperatore, dandosela a gambe, passò anche di qui.
Il dubbio si fa pungolo: e se il tesoro ci fosse davvero? Così, ecco sportivi frequentatori del parco rallentare la loro corsa abituale e imbastire carotaggi fai da te del terreno accanto a mamme con passeggino che compitano mappe, incrociando ascisse ed ordinate. Sulle rive dello Yukon come sulle sponde del torrente Parma, si cerca l’oro: un po’ per scherzo, un po’ per davvero.
Il problema è che, a rendere robusta quella che sembrerebbe una boutade, non c’è ancora uno speciale di Voyager su Sacro Graal e Sindone, ma un libro, quello si. Edito a giugno da Anordest, I fiori del Giardino di Allah è un faticoso tomo dell’iraniano Attar Farid Al-Shaid, che scrive sotto pseudonimo, dedicando una trentina di pagine del suo corposo saggio ai dettagli della «mal parata» dell’Esarca.
Il libro ricostruisce la fine di Abu Muwaihiba al-Akhir, considerato fra i testimoni degli eventi che portarono, nel 632 d.C., alla morte di Maometto. Muovendo un centinaio di anni prima, le vicende fanno sosta anche a Parma: entrando nella narrazione in medias res, è qui che uno degli antenati di Muwaihiba sta proprio maneggiando una mappa alla ricerca del tesoro bizantino sepolto «Inter meridies ed orientem solem», insomma a sud est, proprio dove le carte identificano l’ingresso al centro città dall’attuale casello di caccia Petitot e dallo Stadio.
Dal libro alla lettera, mister Pelagatti suggerisce di dar via a degli scavi sistematici, con buona pace dei Boys e del popolo giallo-blu che si vedrebbe sfrattato per un po’. Ne varrebbe la pena: «Il bottino nascosto potrebbe risanare le finanze della città», chiosa il mittente. Che pur misterioso è ben informato: invoca l’intervento della nuova Commissario Anna Maria Cancellieri che, proprio mentre lui vergava la lettera è stata, però, chiamata al Governo. Ora la palla, anzi la pala per scavare, rimbalza ai nuovi amministratori.
I cittadini intanto, fra il serio e il faceto, si arrangiano e continuano con l’archeologia fai da te. In fondo, già per i Greci Parma era detta Crisopoli, città d’oro: continuare a non considerare questi indizi, soprattutto in tempi di crisi, potrebbe essere poco accorto. E la caccia al tesoro continua.