Cacciari e il no alla manovra: se la verità batte la politica

Giancristiano Desiderio

I libri di filosofia di Massimo Cacciari, soprattutto gli ultimi titoli, non brillano per chiarezza. Il sindaco di Venezia, però, quando vuole farsi capire sa molto bene come fare. Infatti, la sua partecipazione alla manifestazione di Mestre organizzata da commercianti e piccoli imprenditori, al di là della posizione critica nei confronti del governo, di Prodi e della Finanziaria, è stata contrassegnata proprio dalla chiarezza. Esempio: «La Finanziaria non dà un indirizzo di sviluppo e questo è esiziale per le sorti del Paese e soprattutto per il futuro dei giovani». Un altro piccolo passaggio: «Prodi ha un vizio culturale: crede che l'ottanta per cento dei lavoratori del Veneto sono evasori di professione». La chiarezza della critica di Cacciari è più importante della sua decisione di scendere in piazza: fa capire che il sindaco di Venezia non ha fatto un calcolo politico ma ha guardato in faccia la realtà con sincerità. È sindaco, certo, ma è pur sempre un filosofo e ha un debole per la verità.
Se Massimo Cacciari non ha difficoltà a riconoscere la sconfitta della politica riformista senza riforme che si registra con il governo Prodi, lo stesso non si può dire di Fassino e Rutelli che continuano a prendere batoste a destra e a manca. Il vertice di villa Doria Pamphilj, dove Prodi ha riunito il governo, i segretari dei partiti, i capigruppo, i presidenti delle commissioni parlamentari (faceva una certa impressione vedere lo sterminato tavolo) ha ribadito ancora una volta che Prodi non ha alcuna intenzione di cambiare la linea bertinottiana del suo governo. Lo stesso quotidiano di Rifondazione, Liberazione, non ha perso l'occasione e ha sottolineato: «Nell'Unione la sfida tra l'area riformista e la sinistra ormai e aperta. Ma se la maggioranza è una, e una sola, uno è anche il programma». E ha aggiunto: «Fassino e Rutelli volevano un'accelerazione del profilo riformista del governo, a loro avviso frenato dal conservatorismo delle sinistre. Ma se a villa Pamphilj c'è chi pensava di andarsene con un nulla osta all'allargamento del consenso al governo, per il momento è rimasto deluso».
Cosa si ricava da questa guerra tra le due sinistre? Almeno quattro notizie: 1) il governo Prodi ha ucciso il riformismo; 2) il riformismo rinasce solo se cade il governo Prodi; 3) solo il centrodestra può fare «ripartire l'Italia» perché il centrosinistra esiste solo se non esiste una politica riformista; 4) il destino del governo Prodi è legato a questa domanda: fino a quando i partiti moderati della maggioranza sono disposti a pagare il prezzo del biglietto di Rifondazione?
La scelta di Cacciari fa pensare che il tempo del governo Prodi sta per scadere. La filosofia della critica del sindaco di Venezia, del resto, è condivisa dalla maggioranza dei sindaci e degli enti italiani che si ritrovano a fronteggiare una situazione emergenziale che non esisteva prima del governo dell'Unione e che proprio l'esistenza del governo del Professore ha creato. Ma non bisogna illudersi sulla caduta ravvicinata del governo. Quando Gianfranco Fini dice che «il governo non cadrà per mano di Rifondazione, ma per una rottura al centro» non fa una previsione, piuttosto fotografa la situazione. Una situazione che, purtroppo, come spesso accade in Italia è drammatica ma non è seria. Se i riformisti di casa nostra fossero veri riformisti, già da un pezzo avrebbero dovuto fare la scelta di Cacciari. Invece, il loro riformismo è una parola a cui non corrisponde una cosa e quindi possono permettersi di rimandare la «fase due» del governo alle calende greche e abbaiare alla luna di Bertinotti.
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