Cacciari: al Pd serve una classe dirigente Veltroni? Non basta

Il sindaco di Venezia, che ha snobbato il battesimo del partito: «Bisogna agire, i Chiamparino e i Penati mostrino gli attributi»

da Roma

Professor Massimo Cacciari, ha disertato il battesimo del Pd per marcare una distanza?
«No, per curare il mio spirito. Se posso, nel week-end leggo».
Spiritualmente parlando, una nascita felice?
«È nato, e non era scontato. Non era cosa da poco. Bisognerebbe parlarne in chiave storica, l’incontro tra culture diversissime... Anche se c’è il vulnus della mancanza dell’area socialista».
Vulnus non da poco: sta a suo agio con la Binetti, piuttosto che con Zapatero?
«Non c’entra niente! Se siamo saggi, in Italia mai avremmo potuto prendere le posizioni di Zapatero. È un’altra storia, un altro Paese. Il cattolicesimo italiano è di centrosinistra, mica possiamo regalarlo a Berlusconi».
Torniamo alla fonte battesimale, officiante Veltroni.
«Veltroni ha dato una buona prova di sé. È apparso sanamente decisionista, ha fatto il capo».
Parisi e la Bindi sono scandalizzati da tanto decisionismo.
«Invece ci voleva, soprattutto per le strutture interne. Una scelta senza compromessi e mediazioni, guai se Veltroni fosse apparso un primus inter pares. Ha spiazzato i capataz locali, e questo è un buon inizio. Le commissioni? Lasci perdere: non contano nulla».
Il buongiorno si vede dal mattino, dice lei. Che partito sarà?
«Difficile capire come crescerà il pargolo».
Saprà parlare lombardo-veneto?
«Lo si vedrà strada facendo. Veltroni ha lanciato segnali importanti, a differenza del passato ha mostrato un’attenzione diversa alla Gallia Cispadana».
Non mi pare abbia trattato di temi padani: tasse, sicurezza...
«Tutto è relativo. Ma rispetto alla tradizione degli apparati di Ds e Dl la correzione c’è stata».
Basterà?
«No che non basta, ma tutto dipenderà ora dalle leadership locali. Bisogna vedere se gli eletti avranno le palle o no. Da loro dipenderà l’emergere della questione settentrionale».
Che cosa dovrebbero fare?
«Mi sembra che il meccanismo elettivo introdotto sia favorevole al Nord. Non me ne frega nulla delle promesse e dei programmi generici: le delegazioni regionali sono state elette in base al criterio quantitativo dei voti. Dunque è la Lombardia e non la Campania la prima regione, il Veneto la settima. Ai Chiamparino, ai Penati ora tocca agire. Spero che dopo le parole, passino ai fatti».
Walter resta romanocentrico.
«Macché: è il meno romanocentrico di tutti. Il meccanismo delle primarie su base locale può costituire la base favorevole per il posizionamento della questione settentrionale nell’impianto del Pd. Il resto verrà dallo statuto, che deve garantire la struttura federalista e la completa autonomia, anche per i finanziamenti».
Autonomia totale?
«Totale, anche per stabilire alleanze diverse regione per regione. Se devo vincere in Veneto, dove c’è la Lega, non devo essere condizionato da nessuno».
A Roma governo con Rifondazione, a Venezia con la Lega?
«Non me ne importa niente! Bisogna avere totale autonomia di scelta per i governi regionali... fosse pure con i nazisti! Poi, certo, lo Statuto può stabilire sanzioni e limiti rispetto a scelte deliranti... Ma se voglio fare politica è così, altrimenti faccio testimonianza. Anche le candidature alle Politiche e alle Europee dovrebbero essere determinate dalle strutture regionali».
Resta il dilemma: con chi allearsi per il governo nazionale.
«Il Pd ora deve elaborare un programma vero e proprio, indicare scelte inequivoche e chiare su istituzioni e welfare. Su quella base, confrontarsi alle elezioni. Le alleanze si fanno a valle...».
Con quale sistema elettorale?
«In ogni caso. Semmai si va da soli: non si gioca soltanto per vincere, si può stare anche all’opposizione, senza compromessi e annacquamenti».
Di questo passo ci riuscite.
«Se Prodi dà un segnale di governo e riesce a far pesare positivamente la nascita del Pd, si dà il tempo al partito di organizzarsi, cambieranno gli equilibri a sinistra e nel centrodestra, e si arriverà alle elezioni nel 2009».
Fosse facile.
«No, non è facile».
Esclude che la legislatura arrivi a scadenza naturale?
«Il 2011, diciamo, è molto lontano».