Cacciati dai baroni, scoprono il gene anti-cancro

E successpo agli scienziati Iavarone e Lasorella. Nove anni dopo, dagli Usa trovano un meccanismo chiave contro il tumore. La lettera dei ricercatori: &quot;Il primario ci obbliga a inserire il nome del figlio nelle pubblicazioni&quot;<br />

Se è vero, come è vero, che esistono tanti validi motivi per dirsi orgogliosi di vivere in Italia, questa storia invece - o meglio, questo tipo di storia, perché ahimè ce ne sono state e continuano ad essercene tante altre di simili - è l'eccezione alla regola. È la smentita di quella verità. È fonte di un’indicibile vergogna per chi si senta, nell’intimo, semplicemente una persona perbene. È insomma l’amara constatazione che quell’aggettivo «Bel» che tanto amiamo preporre a «Paese», possa risultare a volte immeritato.

Tuttavia, a guardare negli occhi due persone speciali come Antonio Iavarone e sua moglie Anna Lasorella, entrambi ricercatori scientifici costretti nel 2000 ad andarsene in America, al Columbia University Medical Center di New York, per poter continuare le loro ricerche contro il cancro, ci possiamo immeritatamente consolare almeno con l'orgoglio di essere in fondo, anche noi - come loro - italiani. Perché in un loro articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Development Cell, Iavarone e Lasorella hanno appena dato al mondo una grande, meravigliosa notizia.

Ovvero i risultati di quegli studi, di quel lavoro, di quelle ricerche che i due coniugi scienziati hanno potuto portare a termine solo dopo la loro «fuga» oltreoceano. Quegli stessi studi, quello stesso lavoro, quelle stesse ricerche che qualcuno in Italia, nove anni fa, aveva di fatto impedito loro. Si tratta della scoperta del gene che svolge un ruolo centrale nello sviluppo delle cellule staminali e nelle forme più aggressive di tumore del cervello. La loro scoperta, che dischiude speranze ritenute fino a ieri impossibili, è quella «di una proteina in grado di distruggere alcune delle proteine-chiave utilizzate per ottenere le Ips (acronimo di Staminali pluripotenti indotte, ndr) e di far così ripartire la trasformazione delle staminali in cellule adulte».
Ma se questa proteina individuata dai coniugi italiani - che come il gene che la produce si chiama Huwe1 - potrà aprire una porta verso la speranza per tutta l'umanità, il «Grazie», un grande e maiuscolo «Grazie», va senz’altro detto da tutti noi all'America. Perché al Policlinico Gemelli di Roma, dove dal '95 lavoravano nel reparto di oncologia pediatrica, i due scienziati napoletani avevano invece trovato soltanto ostacoli e umiliazioni. Tutte cose che loro avevano anche reso pubbliche in un articolo apparso nel 2000 su la Repubblica e intitolato «Da noi la bravura non paga».
«Il primario di oncologia, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile - vi si leggeva -. Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi, un giorno, all'inizio del '99, abbiamo denunciato tutto».

Un elenco di malvezzi, figli del nepotismo, e purtroppo né nuovi né tantomeno mai dismessi nel mondo accademico e scientifico italiano, come del resto questo stesso giornale aveva documentato in un'inchiesta in più puntate di due anni fa e dedicata appunto all'arrogante Parentopoli che umilia il nostro Paese, la sua università e la ricerca. Ovvio che dopo quella pubblica accusa, seguita dalla controdenuncia per diffamazione intentata contro di loro dal Mastrangelo (che poi però la perse), ai coniugi Iavarone non rimase che una sola via d'uscita, quella appunto di fare le valigie e lasciare l'Italia per l'America. Che tristezza.