«Cacciato dal Tour ho tentato di uccidermi»

Rasmussen racconta il suo dramma, bloccato per doping in maglia gialla

Avrebbe voluto uccidersi. Avrebbe voluto farla finita, Michael Rasmussen, la notte del 25 luglio quando in maglia gialla fu costretto ad abbandonare il Tour de France. Poche ore prima aveva vinto sui Pirenei, sulle vette leggendarie dell’Aubisque, ora era cacciato dagli organizzatori (Aso) francesi, allontanato dalla sua stessa squadra (la Rabobank) per aver raccontato bugie.
Ecco la sua storia. Prima del Tour, una ventina di giorni prima, Rasmussen non si fa trovare a due controlli antidoping a sorpresa. La spiegazione che il corridore fornisce è che al momento della convocazione si trovava in Messico per un allenamento in altura. La storia convince poco, ma nel frattempo Rasmussen parte e corre il Tour da grande protagonista, tanto che a Tignes, domenica 15 luglio, vince la sua prima tappa.
Durante la vittoriosa cavalcata alpina, Davide Cassani, opinionista Rai, racconta i risvolti meno conosciuti di questo danese, sottolinea l’impegno che il ragazzo mette negli allenamenti, ricorda di averlo incontrato sotto un acquazzone torrenziale qualche settimana prima del Tour e più precisamente il 13 giugno, a Pedrazzo. «Quando lo incontrai erano passate le 15 – ci ricorda Cassani -, aveva fatto la Marmolada e il Fedaia e, nonostante piovesse a dirotto, lui era ancora fuori ad allenarsi».
Il racconto viene all’orecchio degli organizzatori francesi e dei giornalisti danesi e tutti ricollegano le cose: il 13 di giugno Rasmussen non doveva essere in Messico?
Per farla breve, il danese va avanti a correre e arriva persino alla maglia gialla, con la seconda vittoria di tappa sui Pirenei. Alle cinque di pomeriggio è l’uomo più felice di questo mondo, alle 22 l’uomo più disperato. La squadra decide infatti di escluderlo dal Tour. Le sue bugie, nonostante le lunghe leve, hanno le gambe corte. Non c’è più spazio per un corridore che ha raccontato frottole.
«Ho pensato davvero – ha raccontato ieri il corridore al quotidiano danese De Telegraaf - di farla finita una volta per tutte. Dall’altra parte della carreggiata i camion continuavano a scorrere, mi bastava sterzare il volante. Più tardi, nella camera d’albergo, ho di nuovo pensato di uccidermi: fortunatamente non sono riuscito a trovare una corda».
Anche Davide Cassani ricorda bene quella notte del 25 luglio. «Erano passate da poco le 23 – ricorda - quando mi squilla il cellulare. Dall’altra parte c’è Michael che, con una calma sinistra e un filo di voce, mi dice: “Volevo essere io a dirtelo: mi hanno cacciato da Tour. Vado via, sto viaggiando verso una strada che non conosco, senza sapere dove andare e senza sapere dove arriverò”».
Cassani continua, piuttosto commosso: «Arrivato vicino al traguardo meno ambito dagli uomini Michael ha avuto la capacità e la forza di non oltrepassare la sottile linea di confine. Ora ha la possibilità di rifarsi, riscattarsi, dimostrare quello che vale non solo come ciclista: la vita va vissuta anche per questo».