Il "cacciatore" e il cislino, la strana coppia in cella

Il più anziano aveva precedenti per reati eversivi, era iscritto al sindacato cattolico ed era tra i fondatori del centro Gramigna. Il giovane è incensurato e militava nell’area di Rifondazione

nostro inviato a Padova

Il sindacalista Cisl e l’ex di Rifondazione, il dipendente pubblico e il precario, il cinquantenne con precedenti per reati eversivi e il giovane incensurato, l’anarchico che militò nei Nuclei antirepressione e il «cacciatore» che maneggia fucili e munizioni e ha in testa Che Guevara. La coppia arrestata ieri mattina a Padova è unita dalla frequentazione del centro Gramigna, dalle armi e dal fiancheggiamento ai nuovi brigatisti. Concorso esterno in banda armata e associazione sovversiva sono le accuse contro Andrea Tonello, 52 anni, e Giampietro Simonetto, 19. I custodi dell’arsenale trovato il 14 e 15 febbraio a Bovolenta di Padova, quelli che nascondevano le armi, le tenevano pronte a sparare e le rifornivano di munizioni. Il gip di Milano dice che «erano ben al corrente di ciò che si muoveva all’interno dell’area antagonista» nella città dove il 12 febbraio è avvenuta la retata dell’operazione «Tramonto».
Il «vecchio» e il ragazzo. Tonello è un impiegato di basso livello alla multiutility Acegas-Aps, la sesta azienda italiana del settore nata dalla fusione tra le ex municipalizzate di Trieste e Padova. Lavora nell’ufficio Risorse umane medicina del lavoro, quello che si occupa delle visite mediche dei dipendenti, e aveva rapporti frequenti con il poliambulatorio Data Medica. È iscritto alla Femca-Cisl, il sindacato chimici, tessili e gas che ieri mattina l’ha sospeso: «È il primo caso tra i nostri 90mila iscritti padovani - ha preso le distanze il segretario provinciale Cisl, Giovanni Faverin - e non lo conosco personalmente». In febbraio era toccato alla Cgil essere colpita dagli arresti.
A Padova Tonello è conosciutissimo negli ambienti della sinistra extraparlamentare. È tra i fondatori del centro occupato Gramigna, attorno al quale ruota gran parte dell’inchiesta sulle nuove Brigate rosse: il collettivo che due settimane fa ha manifestato chiedendo la libertà per i «compagni arrestati» in febbraio e che ieri, con un comunicato che estende la solidarietà anche a Tonello e Simonetto, è tornato ad accusare la «campagna controrivoluzionaria» condotta da «centinaia di sbirri coadiuvati dagli stragisti dei servizi segreti», una «caccia alle streghe» fiancheggiata da «vecchi e nuovi revisionisti oggi comodamente seduti nelle poltrone del governo reazionario e guerrafondaio di Prodi».
Ma quella di Tonello nell’estrema sinistra non è mai stata una militanza semplicemente ideologica. È finito in numerose indagini e a suo carico, fin dagli anni ’80, c’è una lunga lista di reati contro il patrimonio, la persona e l’ordine pubblico, oltre che per associazione terroristica ed eversiva, porto abusivo e detenzione di armi, lesioni e violenza privata. Avrebbe anche favorito la latitanza di Giuseppe Di Cecco, brigatista oggi detenuto a Sulmona. Nei mesi scorsi aveva ospitato due degli arrestati di cinque mesi fa, Claudio Latino e Bruno Ghirardi, che stavano organizzando l’assalto a un bancomat di Albignasego, alle porte di Padova. Tonello, che il 12 febbraio era stato perquisito, sarebbe il corriere e il custode delle armi successivamente passate a Valentino Rossin, anch’egli in carcere nell’operazione «Tramonto».
Rossin è «l’infame», il traditore, quello che collabora con gli inquirenti, l’escluso dalla solidarietà del Gramigna. E proprio lui ha descritto il ruolo dell’altro armiere, Simonetto, che non avendo ancora 20 anni non vanta un curriculum molto fitto. Ex militante di Rifondazione, amico dei fuoriusciti padovani confluiti nel Partito comunista dei lavoratori fondato da Marco Ferrando, iniziatore nel 2005 a Cittadella (il suo paese natale a nord di Padova) del collettivo giovanile Fuser, uno dei soprannomi di Che Guevara. Nel manifesto programmatico del Fuser si legge tra l’altro: «Gli scrupoli di coscienza devono essere messi in secondo piano rispetto al fine a cui si aspira. Consideriamo la violenza e la non violenza due strade percorribili per arrivare a un certo obiettivo e per questo esaminiamo per ogni problema e in ogni occasione qual è la strada da percorrere per arrivare a un buon risultato, considerando sempre, da marxisti, che la rivoluzione, intesa come la conquista fisica e sociale del potere, non può essere che armata».
Lavoratore precario, incensurato, Simonetto è uno del Gramigna: il 23 giugno c’era anche lui davanti alla stazione di Padova. All’eversione l’ha avvicinato il suo porto d’armi: proviene da una famiglia di cacciatori, sa come si procurano e si ricaricano i proiettili per i fucili.

E secondo il gip Salvini «si era reso disponibile ad acquistare munizioni nuove per il gruppo e ad attrezzarsi per la ricarica di munizioni già esplose».