Cacciatori di teste coronate

I magistrati di Potenza sono riusciti in una impresa che sembrava impossibile: rendere (quasi) simpatico Vittorio Emanuele. Alcuni passaggi di queste giornate, fra detenzione e arresti domiciliari, sono stati memorabili. Tra questi lo stupore del gip Alberto Iannuzzi che prima si rivolge al «dottor Savoia», e poi, mentre lo vede asciugare un tavolo dall’acqua versata da un bicchiere, osserva stupefatto: «Non avevo mai visto un principe che pulisce un tavolo». Ci si chiede quanti principi abbia visto in vita sua Alberto Iannuzzi, e se li ritenga ancora indisponibili a gesti semplici e quotidiani. Le cronache, poi, ci dicono di un Vittorio Emanuele indisponibile ad andare in una certa casa perché troppo calda, senza aria condizionata: «Meglio stare al fresco!». Degna di Oscar Wilde è poi, tra gli affetti familiari, la sovrana nostalgia del cane, un Labrador nero: «Mi manca moltissimo Shanouk». Ma, sopra a ogni cosa, principesca è la corrispondenza perfetta tra nomi e funzioni di soci e amici che si occupano di donne e soldi. Nel nome è il destino. Per le donne si chiama Bonazza, per i soldi si chiama Migliardi. Appassionante è anche il capitolo giudiziario, una sorta di harakiri del pubblico ministero, che riguarda Elisabetta Gregoraci e Salvo Sottile.
L’interrogatorio, a cui il pm John Henry Woodcock (il doppio nome in una inchiesta che coinvolge un principe è d’obbligo) sottopone la giovane attrice con un morboso interesse, non solo appare inopportuno, ma del tutto estraneo alla materia dell’indagine. Non si tratta di ricostruire la complessa psicologia di un uomo siciliano nelle pieghe del potere a Roma, tra conoscenze e raccomandazioni (cioè la regola, dai leader ai portavoce di partito) ma individuare un reato per cui vi sia una parte lesa. Questa non può essere la Gregoraci, ma semmai tutte quelle che non hanno avuto la fortuna di stare con Sottile. E che dovrebbero denunciarlo per non aver avuto opportunità di apparire in programmi televisivi. Qualunque cosa abbia fatto e abbia deciso di fare, la Gregoraci non è una vittima. Non si vede l’ombra di concussione. È lei a dichiarare, comunque (e dovunque) sia andata: «Non mi ha obbligato a fare delle cose. È stato molto carino» e in ogni momento la ragazza è stata consenziente. Cosa cerca, dunque, Woodcock? E da quale buco della serratura ci costringe a vedere quello che già sapevamo? Con quale intollerabile abuso di potere?
Non voglio essere coinvolto nel voyeurismo che deriva da intercettazioni inutili, pagate con i soldi di tasse che, come un fiume senza fine, vengono spesi per inchieste pettegole indegne anche di settimanali rosa. Esse ormai sono un genere giornalistico per quotidiani alla ricerca di finti scoop con ciclica ricorrenza. La stagione è iniziata con le intercettazioni di Fiorani e Fazio, di Ricucci e Gnutti; è proseguita con quelle di Moggi, culmina ora con questa incredibile sequenza di immondezze. Dobbiamo così sapere cosa si dicono due sofisticati pensatori come Salvo Sottile e Cristiano Malgioglio, o dove il Sottile ed Elisabetta Gregoraci si incontrano perché lei lo possa ringraziare di un lavoro su Raiuno. Temi originali ed interessantissimi in un mondo in cui apparizioni televisive e prestazioni costituiscono un solo pacchetto con regole invariate per portavoce, direttori di reti, direttori generali, consiglieri e presidenti. Non occorrevano le intercettazioni disposte dal pm Woodcock per saperlo. E, nonostante lo squallore, non si ravvisano gli estremi del reato. È un metodo condiviso e universalmente applicato, una sorta di fellatio di scambio. Ma perché devono essere intercettate queste idiozie, fotografata questa realtà squallida e abituale? La ragione c’è.
A Potenza Woodcock si annoia. E allora produce il suo film con grandi protagonisti e comparse di un mondo lontano dove si muovono politici, attori, ricchi e spesso volgari. Anche lui gode di un finanziamento dello Stato, una succursale del Fus (Fondo unico dello Spettacolo) destinata alle intercettazioni e spettacolo. Di film ne ha prodotti ormai un certo numero e tutti di clamoroso insuccesso nonostante grandi protagonisti come il Presidente della Repubblica Cossiga, il Presidente del Senato Marini, il ministro delle Comunicazioni Gasparri, la conduttrice televisiva Anna La Rosa, il potente segretario della Farnesina Umberto Vattani, i deputati diessini Luongo e La Torre, molto vicino a D’Alema, il sindaco di Potenza Santarsiero, il Presidente della Regione Basilicata De Filippo, non mancando di chiedere l’arresto di un deputato di Forza Italia come Angelo Sanza. Ha arrestato banchieri, politici, imprenditori. Tutti toccati da lui, tutti assolti.
Il suo modello è il sostituto procuratore di Biella Chionna, al quale lo accomunano l’amore per i motori, e per le inchieste pruriginose. Chionna provvide all’incriminazione di Boncompagni, di Merola e di Sabani, non mancando di fidanzarsi con la fidanzata di quest’ultimo. Il suo obiettivo era vendicare l’onore alle ragazze di Non è la Rai guardate (soltanto guardate) da Boncompagni. Tutto questo da Biella, altro luogo dove, per noia, si diventa capaci di tutto. Le costose produzioni cinematografiche dei due procuratori potrebbero essere mandate in prima serata da un compiacente direttore della Rai, in un filone neoesistenziale derivato da La noia di Moravia, con titoli come «Noia senza fine a Potenza», «Potenza della noia» o «Annoiati a Biella». Ma il filone ha un grande vecchio che ispira i giovani procuratori.
È l’intramontabile Francesco Saverio Borrelli, richiamato dalle panchine per l’inchiesta nata dalle intercettazioni di Moggi. Per questioni generazionali, egli preferiva esternare da cavallo invece che dalla motocicletta, come il più giovane Woodcook, ma i propositi non sono diversi, e potenti le suggestioni del più anziano sul più giovane. «Spero di non deludere le aspettative della gente» ha detto Borrelli. Dunque, le indagini sono sostenute e motivate dall’attenzione degli spettatori di questi reality show. Per «la gente» si può, e si deve, fare tutto: «La gente ha applaudito alle nostre inchieste. Ma si è pure divertita nel vedere tante teste, anche coronate, rotolare nella polvere». Anche coronate. Questo dichiarava Borrelli giovedì 15 giugno. Venerdì 16, verso sera, il suo allievo Woodcock interpretava la frase augurale e neppure sibillina. Come non era mai accaduto prima, non era ricevuto a Palazzo per un udienza del re, ma lo prelevava a Lecco per poterlo ospitare nelle carceri della sua Potenza dando un brivido di mondanità, snobismo e notorietà alla città addormentata. Finalmente in carcere una vera testa coronata.