Cadavere nel bosco: forse è del giovane che si credeva malato

Il ritrovamento a Vado Ligure: chiesto alla famiglia Zabbialini l’esame del dna

Solo l’analisi del dna può dare un’identità al cadavere in avanzato stato di decomposizione ritrovato ieri mattina sulle alture di Vado, nel ponente ligure. E sciogliere un dubbio che in queste ore sta dilaniando una famiglia di Brescia. La famiglia di Alberto Zabbialini, il meccanico di 28 anni, allontanatosi da casa la mattina del 10 maggio scorso credendo di essere affetto da una grave malattia. Del giovane, che lavora con il padre e fa il calciatore dilettante, non si sa più nulla da quel giorno. Nessuna notizia se non quella del ritrovamento del suo scooter in un bosco di Vado Ligure, tre giorni dopo. Ma dal 14 maggio è passato un mese, e il cadavere scoperto ieri sulle alture di Vado, a circa due chilometri e mezzo da dove era stata ritrovata la moto del ventottenne bresciano, non fa ben sperare in una soluzione positiva della vicenda.
«Al momento si tratta solo di un’ipotesi, nulla di più», ha detto il procuratore capo di Savona, Vincenzo Scolastico, che si è recato in zona insieme a un medico legale. Il corpo è irriconoscibile ed in avanzato stato di decomposizione. Accanto non sono stati trovati documenti di identità. Secondo il medico legale, la morte risalirebbe a circa un mese fa. Quindi proprio ai giorni della scomparsa del ragazzo.
I genitori del giovane sono stati contattati per procedere alla comparazione del dna, unico metodo in grado di dare un nome al cadavere. Il caso era finito nei telegiornali perché il giovane si era allontanato da casa dopo aver ricevuto esiti sbagliati di esami medici. Appelli ad Alberto erano stati rivolti anche dal suo medico curante dopo essere venuto in possesso dei responsi delle analisi che smentivano una prognosi infausta intuita alcuni giorni prima. Il ragazzo si era convinto di aver contratto un virus, il papilloma virus, che nelle donne rappresenta un elemento di rischio visto che può degenerare nel tumore al collo dell’utero. E Alberto era in ansia proprio per la fidanzata Chiara, alla quale temeva di aver trasmesso l’infezione. Un castello di paure che il ragazzo si è tenuto dentro, e non ha saputo manifestare per giorni, fino al momento in cui ha deciso di allontanarsi da casa. Lo stesso medico di famiglia conferma che aveva consigliato il ragazzo di sottoporsi al test, ma i risultati non erano arrivati nel giorno stabilito e forse per questo motivo il giovane aveva pensato che potessero celare un esito infausto. «Stai accanto a Chiara, pensa a lei» aveva detto Alberto al padre, durante l’ultima telefonata fatta a casa la mattina del 10 maggio. Poi il cellulare era rimasto spento. I genitori si erano rivolti ai telegiornali per lanciare un appello al figlio: «Torna - avevano detto - non sei malato, torna da noi, oppure chiama il tuto dottore che ha il cellulare sempre acceso». Ma nulla. A far balenare una speranza nel papà e nella mamma di Alberto era stato il ritrovamento della moto a Savona, tre giorni dopo la scomparsa del figlio. Non solo. Alla fine di maggio una persona aveva trovato una sorta di giaciglio fatto nei boschi a poca distanza da dove era stato ritrovato lo scooter, in località Sant’Ermete di Vado Ligure: era stato costruito con frasche e rami e sembrava recente. Facile credere che fosse proprio di Alberto che magari voleva solo non farsi trovare, ma era ancora vivo. La speranza è stata viva fino a ieri. Con il ritrovamento del corpo a Vado la famiglia Zabbialini sta vivendo ore terribili. Che proseguiranno fino a quando non verrà stabilita l’identità di quel cadavere.