Cadaveri in mostra A Milano pietà l’è morta

Al Pac (Padiglione d’arte contemporanea) di Milano si «celebra l’estro creativo di un grande interprete dei nostri tempi: Andres Serrano». È un fotografo newyorkese di 56 anni, che quando ne aveva 37 produsse Piss Christ: un crocifisso infilato in un recipiente riempito di urina dell’autore. Quest’immagine si potrà vedere fino al 26 novembre, insieme con altre più o meno ripugnanti, nell’ambito della mostra Il dito nella piaga che si tiene nello spazio espositivo di proprietà del Comune (il sindaco Letizia Moratti s’affretti). La direzione del Pac ha deciso d’ospitare in contemporanea la mostra The morgue. Si tratta di dieci fotografie che Serrano ha scattato ad altrettanti cadaveri girando per obitori. «Immagini macabre e scioccanti a lungo tenute nascoste per volere dello stesso artista e che ora vengono presentate per la prima volta, in esclusiva assoluta, a Milano», giubilano gli organizzatori. Vorrei vedere chi altro se le sarebbe pigliate.
Fin qui siamo ai risvolti patologici di certa arte moderna. Il fatto è che in occasione delle due mostre il Pac ha voluto organizzare anche un «programma didattico» intitolato La distanza dello sguardo. Concordo: a certe cose si dovrebbe gettare uno sguardo mantenendo la distanza di sicurezza, e meglio ancora sarebbe distoglierlo. Qui, invece, sono invitati «i ragazzi da 11 a 14 anni» per «una visita guidata a una selezione di opere di Andres Serrano finalizzata alla conoscenza dell’artista e del suo lavoro». L’iniziativa è sponsorizzata dalla Coop Lombardia, del resto agli appuntamenti col progresso civile la Lega delle cooperative non manca mai. Alle scolaresche faranno vedere Fatal meningitis, un bimbo di due anni ucciso dalla meningite, o Antonio and Ulrike, un vecchio nudo abbarbicato a una giovane modella, anche lei nuda? The mime, un mimo stagionato che esibisce i genitali, o Blood & semen, un ingrandimento di sangue e sperma?
Forse la Milano col cuore in mano soffre di qualche aritmia. Mi è stato segnalato un sito ufficiale dell’Università Statale, quello del Laboratorio di antropologia e odontologia forense, graziosamente rubricato Cadaveri senza nome, dove si legge che «con il permesso delle autorità giudiziarie competenti vengono pubblicati gli identikit di cadaveri non ancora identificati giunti all’osservazione dell’Istituto di medicina legale di Milano» e si avverte «che tali immagini potrebbero turbare la sensibilità». Accidenti, vi sembrano foto da schiaffare su Internet alla mercé del primo che passa? Ammazzati, annegati ripescati nei fossi, prostitute dai volti tumefatti, sbandati arrotati sulle tangenziali. Alcuni morti addirittura 11 anni fa. Sarà anche importante dargli un nome, ma della loro dignità di persone importa qualcosa a qualcuno?
Che strana società. Dilaga il guardonismo necrofilo, eppure la morte viene accuratamente nascosta, rimossa, guai a nominarla. I nostri figli possono accedere via Web alle sale autoptiche di mezzo mondo, vedere le foto del presidente Kennedy sul tavolo anatomico con la scatola cranica squarciata e del cadaverino decomposto di baby Lindbergh, entrare in diretta nella crime scene e trovarvi i suicidi ancora con la corda al collo. (A proposito, ho notato che gli investigatori accorsi dopo il disastro nella metropolitana di Roma indossavano un pettorale con su scritto «Crime scene», come nei telefilm, benché si trattasse di un incidente e non di un delitto: la conferma che ormai la fiction ha avuto il sopravvento sulla realtà). Però mai una volta che si senta dire di qualche giovane deciso a diventare necroforo o a farsi assumere come preparatore nelle celle mortuarie dove si lavano e si vestono le salme.
Ha ragione lo scrittore Andrea Bajani, che a un dibattito a Urbino ha sostenuto come il problema non sia quello di trovare un nome più gentile per i becchini, bensì di designare in un altro modo questi morti che nessuno vuole avere dintorno se non in fotografia. Ha pertanto proposto, sulla scia dei nani (verticalmente svantaggiati), dei sordi (non udenti) e degli handicappati (diversamente abili), di chiamarli diversamente vivi, definizione che almeno ha il pregio dell’afflato soprannaturale.
Comunque le due mostre di Serrano al Pac lo confermano: siamo circondati da diversamente sensibili. Sciacalli, si sarebbe detto un tempo.
MORTO CHE PARLA. Fra le poche incombenze dei morti si vorrebbe che vi fosse quella di dettare ai vivi i numeri del lotto. Certo che vederlo scritto nel 2006, nero su bianco, in un necrologio su Repubblica, fa una certa impressione: «In ricordo di Maddalena. “Nel sonno regala doni a chi ti ama”. I figli Nora e Pierluigi». Magari è una citazione letteraria, e io non la conosco. D’altronde è o non è il giornale delle persone cólte?
GUERRE D’INDIPENDENZA. Per L’Indipendente, appena ricomparso nelle edicole (auguri), il passaggio di consegne nella famiglia Benetton sarebbe avvenuto «in un palcoscenico di eccezione, il Centre Pompadour di Parigi». Dopo 200 e passa anni la favorita di Luigi XV ha scalzato un presidente della Repubblica, Georges Pompidou. La Rivoluzione francese è stata dunque inutile? Bentornati nel club degli orecchianti.
OSCENITÀ GEOGRAFICHE. Libero parla di tale Corrado Fumagalli, ideatore di un locale a luce rossa, «attorno al quale ruota un sottobosco di registi e attori dagli pseudonimi straordinari, i cui film ne illuminano il percorso artistico come i lampioni fiochi del parcheggio di un motel ungherese. Ungherese perché quasi tutti i porno recensiti al Sexy Bar si girano a Praga». Maledetta delocalizzazione! Pure Praga ha abbandonato la Repubblica Ceca per trasferirsi in Ungheria?
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it