Cadibona e la corriera della morte

L’11 maggio 45 nel pomeriggio, avvenne l’eccidio di Cadibona, meglio noto come il fatto della corriera della morte. A circa 10 chilometri da Savona, in direzione di Altare, vengono massacrati a raffiche di mitra 38 prigionieri «fascisti» da parte di partigiani comunisti, sepolti in una fossa comune al cimitero, riesumati nel 1953, a ben otto anni di distanza. Questo è sintomatico del clima degli anni post bellici: intimidazioni, violenze, pestaggi, minacce gravissime verso tutti coloro che volevano illuminare un eccidio di questa portata. Ovviamente tutti i responsabili furono identificati, processati ed amnistiati.
Una donna che era sulla corriera della morte e che scampò, racconta: «... Le donne più giovani furono violentate, gli uomini percossi... all’alba dell’11 arrivarono da Savona molti partigiani incaricati di portare in città i prigionieri fascisti... fummo caricati tutti, una cinquantina, sulla corriera guidata da un borghese non partigiano... lungo la strada, ogni tanto il bus si fermava, veniva fatto scendere un prigioniero fascista che veniva passato per le armi... Poco distante dal centro abitato della cittadina famosa per le industrie vetrarie, gli uomini furono fatti scendere ad un curvone, la curva della morte poi il bus ripartì verso Altare, dove le donne furono fatte scendere e chiuse nella scuola... e liberate in seguito a Savona».
Ecco la cronaca di quel giorno in sintesi. La faccio a ragion veduta visto che sono riuscito ad entrare in possesso della sentenza della Corte di Appello di Genova, Sezione Istruttoria che pronunciò la sentenza contro i partigiani comunisti che sterminarono i 38 sventurati a Cadibona, tuttora sepolti nel cimitero di Altare detto delle Croci Bianche.