«Cadibona, i killer tra i partigiani rossi»

«La grande bugia» di Gianpaolo Pansa, e cioè il libro che rivela le verità nascoste sulle atrocità compiute dai partigiani comunisti durante la Resistenza, continua a suscitare polemiche a non finire. L’ultimo ad attaccare Pansa è stato Giorgio Bocca, il quale, accusandolo di voler cancellare il significato storico della Resistenza, a sua volta scatena la vivace reazione di un’altra vittima di quei giorni di sangue, Valerio Cavalli, ex segretario della Camera del lavoro di Savona, il cui padre venne massacrato dal piombo comunista nella strage di Cadibona, nei pressi di Savona, l’11 maggio del 1945. Quel giorno trentotto civili, legati a vario titolo al partito fascista, furono caricati su una corriera per essere condotti a Savona e processati. La guerra era già finita e la società stava normalizzandosi cercando di pareggiare i conti con il passato regime attraverso l’autorità giudiziaria. Le responsabilità dovevano essere accertate, non si poteva fare di tutte le erbe un fascio. Ma non la pensavano così le frange più estreme dei partigiani: per loro gli ex nemici non dovevano essere giudicati ma semplicemente passati per le armi. E così fu anche in quell’occasione. I trentotto furono portati in una radura, allineati e quindi sterminati a colpi di mitraglia. Nessuno sopravvisse.
Per sessant'anni Cavalli si domandò che cosa fosse realmente accaduto in quel giorno. E quindi chi diede l’ordine di uccidere a freddo tutte quelle persone, chi partecipò a quella strage e perché anche dopo l’eccidio fosse stato insabbiato. Cavalli dunque si indigna in modo particolare con Bocca, il quale sostiene che in quel periodo alcuni delinquenti sfuttarono lo stato di guerra, commettendo molti omicidi per scopi personali. Ma, dice Bocca, occorre differenziare i delinquenti dai partigiani. Cavalli s'infuria con Bocca perché, secondo la sua classificazione, colui che ordinò l’uccisione di quegli uomini, rei di essere appartenuti all'unico partito politico allora legittimato (nessuno poteva ricoprire un qualunque incarico nella pubblica amministrazione se non fosse stato iscritto al partito fascista) non era un delinquente.
E Cavalli punta il dito accusatore contro il Partito Comunista che, attraverso l'Anpi, coprì l'eccidio. A distanza di oltre sessant’anni, resta un vergognoso silenzio da parte di questa associazione i cui vertici, invece di chiarire la situazione, hanno preferito tacere per non coinvolgere ex partigiani. Lo stesso Cavalli, infatti, è convinto che molti degli autori della strage di Cadibona siano stati iscritti all'Anpi fino alla fine dei loro giorni.
Sull'eccidio di Cadibona Valerio Cavalli era già intervenuto pubblicamente nella scorsa primavera, quando la procura di Savona aveva riaperto l'inchiesta ed ascoltato, come persona informata sui fatti, Giancarlo Bertolazzi, ex consigliere comunale di Quiliano, al cui comune appartiene Cadibona. Bertolazzi casualmente aveva scoperto che in quel territorio era stata sepolta una delle vittime della strage ed aveva fornito alla magistratura informazioni che aveva raccolto al riguardo da testimoni. Cavalli aveva insistito per l'approfondimento dell'indagine che invece era stata chiusa.
La vicenda di Cadibona si colloca nello stesso contesto degli eventi citati nel suo libro da Gianpaolo Pansa. In questi resoconti emerge una strategia generale voluta dal Pci in tutto il Paese, per eliminare gli avversari politici. Per questo motivo Cavalli invita Bocca, che sta dando alle stampe un libro sulla Resistenza nel territorio del Cuneese («Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco», edito da Feltrinelli), a sciogliere quell'involucro protettivo nel quale l'ex Partito Comunista ha avvolto nel passato crimini e misfatti di quegli anni.
Tra questi è rimasto tristemente famoso il caso di Francesco Moranino, sanguinario comandante partigiano della formazione comunista 6° distaccamento Pisacane, che, alla fine della guerra, fece trucidare cinque partigiani di idee politicamente diverse, oltre a due delle mogli (Missione Strassera). Parlamentare del Pci per due legislature (fu anche sottosegretario alla Difesa nel terzo governo De Gasperi), Moranino alla fine finì sotto inchiesta e condannato all’ergastolo, ma riuscì a fuggire in Cecoslovacchia. Rientrato in Italia nel ’65 per la grazia concessa dall’allora presidente Saragat, venne ricandidato ed eletto nelle liste del Pci diventando senatore. Morì per un infarto nel ’71 senza aver mai pagato il suo debito di sangue.