La caduta degli dei: i Bund all’asta fanno "fiasko"

Il 40% resta invenduto: la Bundesbank interviene. Rendimenti troppo bassi. Ma per qualcuno è una fuga da Eurolandia

Un flop. Anzi: per dirla alla tedesca, un fiasko. Mancava solo la caduta degli dei, in questa crisi senza titoli di coda. Ora ce l’abbiamo: gli ultra-sicuri Bund, l’antidoto contro il logorio della vita finanziaria moderna, sono finiti ieri kaputt, schifati come un sirtaki-bond qualsiasi, impallinati come un povero Bono iberico. Più che la fila per accaparrarseli, una latitanza di massa, un girare al largo che ben poco dev’essere piaciuto a Frau Angela Merkel. Mai in passato s’era vista in Germania un’asta di titoli del debito snobbata neanche fosse un mercatino che vende croste di Van Gogh. Le cifre parlano da sole: l’offerta doveva coprire sei miliardi di euro, ma le richieste sono state di poco superiori ai 3,8 miliardi. Un autentico bagno, con la Bundesbank (la stessa che storce il naso se la Bce s’azzarda ad acquistare Btp) costretta a farsi carico di quel quasi 40% rimasto senza compratori.
Abituati come sono a dispensare nein su tutta la linea (Eurobond, potenziamento del fondo salva-Stati, Bce in stile Federal Reserve), almeno per una volta i tedeschi avranno sentito sulla pelle l’insostenibile pesantezza di non essere über alles, cioè sopra tutti e dunque al di fuori della mischia. Nella bufera, anche loro. Lì dove non ci sono barricate e si deve soggiacere, piaccia o no, all’umore dei mercati. Nessuno mette in dubbio che Berlino non abbia la benchè minima difficoltà a finanziare il proprio debito, come peraltro subito precisato dalla stessa Bundesbank, ma quanto accaduto ieri è comunque preoccupante. Ewald Nowotny, membro austriaco del board dell’Eurotower, non ha infatti esitato a parlare di «segnale allarmante». E lo è, eccome. Innanzitutto, perché introduce un nuovo e imprevisto elemento di turbolenza in un quadro già fortemente perturbato. Le prossime aste chiariranno forse meglio la situazione, ma per il momento l’insuccesso di ieri ha provocato l’ennesimo corto circuito dei mercati. Tutte in calo le Borse, a cominciare da Milano (-2,6%) trascinata in basso dalle banche. E male soprattutto i rendimenti dei Btp decennali, a un soffio dalla soglia da allarme rosso del 7%, valore ampiamente superato sulle scadenze a 2 e 5 anni. Lo spread Btp-Bund è rimasto sostenuto, chiudendo a 483 punti dopo aver superato quota 500. In tensione anche i titoli di Spagna, Francia e altri Paesi dell’area euro.
Le possibili cause che hanno portato al Bund-fiasko (un fenomeno sconosciuto al Tesoro italiano e anche in uno tra i Paesi più affidabili come gli Stati Uniti, dove le richieste di Treasury superano di due-tre volte l’offerta) non sono rassicuranti. La prima ipotesi che si può fare è la più elementare, essendo legata ai rendimenti del Bund. Ieri il decennale offriva un tasso al di sotto del 2%, il più basso di sempre e quindi inferiore all’inflazione. Dunque, il rendimento netto è negativo. Chi ha disertato l’asta, lo avrebbe fatto perchè pretende anche da Berlino di essere meglio remunerato, non bastando più il suo status di safe asset. Ma c’è anche una seconda possibilità, più inquietante della prima: «Gli investitori non si stanno allontanando solo dal debito dei Paesi europei periferici, ma iniziano a tenersi lontano dall’eurozona in generale», spiega Nick Stamenkovic, di Ria Capital. Questa reazione potrebbe essere l’effetto delle mancate risposte di Eurolandia alla crisi del debito sovrano. La terza ipotesi va invece in direzione contraria rispetto alla seconda. Tiene infatti conto della possibilità che, prima o poi, la Germania sia costretta a farsi carico dei problemi dell’eurozona. Se la Commissione Ue riuscisse a vincere la battaglia sugli Eurobond, il costo del rifinanziamento per i Paesi più virtuosi, come appunto la Germania, si alzerebbe. E in quel caso, Berlino si troverebbe di fatto ad agire come banca di ultima istanza per il resto dell’Europa.