La caduta del fascismo Un ufficiale dell’esercito rivive i giorni della paura

Ho letto, con molto interesse, sul Giornale, l’articolo «Cade il fascismo/caos e sangue a Genova» di Pierfranco Malfettani. Ho rievocato quel funesto periodo, come se fossi stato ancora presente. Perché «io c’ero» e l’ho vissuto di prima persona. Non come uno qualunque che, visto il caos, se ne potesse stare tranquillo, barricato in casa, sempre che non avesse, sulla coscienza qualche peccatuccio «fascista» di cui rendere conto.
Ero ufficiale dell’esercito e prestavo servizio nei reparti di «difesa interna» e per fronteggiare eventuali sbarchi nemici sulla costa («difesa costiera»). Fummo, subito, mobilitati, per far fronte ai disordini che si stavano scatenando in città, a Genova. Quindi posso raccontare di episodi in cui mi trovai coinvolto. Per il primo, riporto un significativo stralcio dal libro-diario che scrissi anni fa (Titolo «Tempo di guerra - Vita provvisoria» terminato nell’anno 2004, edito da me stesso; computer, foto-copiatrice, rilegature e fascettatura da parte di una copisteria).

«Con la fatale svolta del 25 luglio, cadde il Fascio e Mussolini fu imprigionato. Pareva una svolta favorevole, ma così non fu. Ci illuse che la guerra avesse fine. Si osannò al re che aveva eliminato il dittatore e a Badoglio, nuovo Presidente che avrebbe dovuto mettere ogni cosa al giusto posto. Per strada, come ci incontravano, tutti gridavano: Viva il Re, viva Badoglio! Viva l’Esercito! Durò poco.
La reazione (come sempre sproporzionata) per la liberazione da una dittatura che era durata vent’anni, non mancò di scatenarsi.
Ne ebbi sentore personalmente, non molto dopo che la radio aveva comunicato il cambio di Governo. Mi trovavo negli uffici del Comando quando nella strada sottostante udii un crepitare di fucileria. Mi precipitai alla finestra e vidi i soldati che sparavano in aria. Ai balconi sovrastanti, dei civili guardavano ed uno di essi si mise a gridare che cessassero di sparare in quanto aveva rischiato di essere colpito.
Corsi giù per le scale ed affrontai questi soldati.
«Ragazzi che fate? Perché sparate?». Uno di essi mi rispose: «Signor Tenente, stiamo festeggiando la caduta del fascio!».
«Ma non è questa, la maniera! A parte che il regolamento vieta di sprecare le munizioni, qua potreste anche colpire qualcuno. Siamo in una strada abitata». Mi guardarono, allora, con aria quasi cattiva. Ed uno mi rispose: «E chi se ne “frega!”. Noi vogliamo festeggiare e lo facciamo come meglio ci pare. Basta con gli ordini! È finita!».
Rimasi allibito. Mai avevo potuto pensare, sino a quel giorno, che un soldato potesse assumere un atteggiamento così insolente verso un ufficiale. La subordinazione, la disciplina, si erano improvvisamente volatilizzate?
Ma lo «choc» ancora più grande l’ebbi come mi accorsi che, tutto attorno, dei borghesi mi stavano circondando con aria minacciosa e cominciavano a spintonarmi. Sentii odore di «linciaggio» ed ebbi paura. Sgomitando mi aprii un varco e, di corsa, mi precipitai a rifugiarmi nei locali del mio Comando».
Come riferii il fatto al Ten. Col. Ferrari, Comandante del nostro Battaglione, quello se ne uscì con le seguenti, dolenti, considerazioni: «Vengo dal Comando Difesa e la situazione si sta profilando grave. Ci stiamo avviando al caos, alla dissoluzione di ogni regola di ordine e di disciplina... È un momento grave. Dicono che dopo un periodo di governo assolutista ci si sta avviando ora a quella che viene definita “democrazia”. Purtroppo, quando si verificano questi “capovolgimenti”, si viene ad esagerare, si compiono azioni dissennate...». Che intendeva dire, quel soldato con la frase: «Basta con gli ordini?»... Non è un palese invito all’anarchia? E, pure «È finita!». Ma che cosa «è finito?». Forse che, caduto il Fascio, non vi saranno più guerre? E, nemmeno altre «dittature»?
Andiamo incontro a un periodo di disordine. Speriamo che tutto vada a posto, al più presto.
Ma proseguo, riportando un altro brano del mio articolo che risulta sul libro, più sopra, citato.

«Questo allarmante episodio suonò, alle mie orecchie, come un campanello d’allarme. Ebbi la netta sensazione che qualche cosa stava cambiando; che si dava inizio ad una nuova era. La gente (intendo tutti, sia quelli in borghese che quelli in divisa) aveva accolto la notizia della caduta del Fascio come segno di liberazione. Si era illusa che i guai venissero a cessare (cosa impossibile) ma, soprattutto, che la guerra finisse. Badoglio (invece) subdolamente aveva dichiarato: «La guerra continua». Niente pace in arrivo. E così col Meridione già invaso, gli stenti che aumentavano ed i continui bombardamenti, vi fu una specie di rivolta: allora si cominciò a gridare «Abbasso Badoglio!». Iniziarono tafferugli e vendette tra anti-fascisti e vecchi fascisti.
Noi ci venimmo a trovare in mezzo a questo caos. Fummo, purtroppo, comandati a prestare servizio di ordine pubblico. Aggiungendo una nuova, difficile incombenza a tutte le altre che già avevamo.
Salvammo qualche anziano milite della Dicat (Difesa Contraerea) che, colpevole solo di indossare la camicia nera (era la divisa che gli avevano dato) stava fuggendo inseguito da una banda di facinorosi che volevano «fargli la pelle».
Ci accapigliammo, spesso, con gente turbolenta, aizzata contro di noi da mestatori di un ben definito colore politico.
Queste tristi e dolorose pagine di storia sono state poi pietosamente sottotaciute. E fatti incresciosi se ne verificarono molti.
Facinorosi invasati devastavano le sedi del cessato partito, demolivano i mobili, gettavano dalle finestre macchine da scrivere, carteggio... Ma questo era anche il meno: si iniziarono le rappresaglie contro le persone, più o meno con delle colpe. Bastava dire: «Quello è fascista. A morte!».
Noi, incaricati di tenere l’ordine, intervenivamo come meglio si poteva. Ed allora quelli si scagliavano contro di noi. Le nostre pattuglie giravano col fucile sul braccio e la pallottola in canna. Vennero anche, qua e là, costituiti dei «posto di blocco».
Ne rammento uno che era piazzato non molto lontano dal nostro Comando: era a nord di via Rolando, dove ad un crocicchio si trova una piazzetta, ora chiamata F. Masnata. Quattro muri di sacchetti di sabbia, alti circa un metro, messi a quadrato con al centro le tende dei soldati ed ai lati delle mitragliatrici, puntate nelle varie direzioni. Passarono le settimane e la situazione andò ulteriormente peggiorando. Folle tumultuose invadevano le strade reclamando la fine della guerra. Molti di noi in divisa fummo minacciati ed anche aggrediti. Citerò un episodio vissuto personalmente, molto significativo. Ero all’ufficio del comando quando squillò il telefono; presi la linea. Era il Capitano della IV Compagnia, stanziata a Genova Sestri. Chiedeva aiuto perché alcuni dei suoi soldati, aggrediti per strada, si erano rifugiati nei locali del Comando che ora si era barricato e si trovava praticamente in stato d’assedio: gente inferocita bussava alla porta minacciando una strage. Passai il telefono al Ten. Col. Ferrari che chiese dettagli sulla vicenda. «Sparate!» lo sentii gridare «Ma non in aria! Sparate loro addosso!». Poi, un poco più calmo: «Tenete duro. Arriviamo con dei rinforzi». Detto e fatto, partirono due camion col Comandante: un gruppo di soldati, due mitragliatrici e parecchie casse di bombe a mano. Si portarono a Sestri; qui il comando aveva i locali in un appartamento al secondo piano di via Antinori, dietro via Giotto. Come rientrarono, seppi che l’assedio era stato tolto. Dopo un inutile parlamentare fu necessario lanciare bombe a mano sulla folla, che piano piano aveva ripiegato lungo via Chiaravagna e via Sestri. Dopo questo increscioso episodio, il Comando Difesa di Genova ci esonerò dal servizio d’ordine. Fummo sostituiti da un reparto di alpini, spostati in riviera da Cuneo; ci dissero che le «penne nere», seppero ben rintuzzare le aggressioni, usando le maniere forti.
Le, proterve, persecuzioni a rivalsa di vecchie (ed, anche più recenti) vessazioni subite dai «fascisti», imperversarono sino al Settembre, quando il davvero maldestro armistizio, venne a «rovesciare» le posizioni. E, pertanto nei turbolenti, 45 giorni si aprirono ferite insanabili. Che, ovviamente, diedero corso alle contro-rappresaglie dei «nuovi fascisti» che erano saliti al potere. Ma, ad un 8 Settembre 1943, seguì, poi, un 25 Aprile 1945. Nuovamente, vennero invertite. Con la conseguenza di un ulteriore «bagno di sangue» che durò sino all’estate dell’anno 1946. Povera Italia! A quale prezzo venne a pagare la sua definitiva «liberazione!».