La caduta di Prodi: un fatto che mette di buon umore

Egregio dottor Granzotto, mi rivolgo a lei, informatissimo sulla situazione politica del nostro Paese, per soddisfare una curiosità che mi assilla dalle ultime elezioni politiche. Ecco le mie domande: che fine hanno fatto gli italiani all’estero? Hanno votato? E come? Che fine ha fatto «el señor» Pallaro di cui i giornali parlavano un giorno sì e l’altro pure? Chi e quanti sono i nuovi eletti? A quale partito appartengono? Frequentano il Parlamento e fanno proposte? Che fine ha fatto il povero Mirko Tremaglia? Non so se sono stata distratta o se i miei neuroni incominciano a fare cilecca, ma mi pare che né i giornali né la televisione abbiano finora parlato della questione. Vuole essere così gentile da chiarire i miei dubbi e da aggiornarmi sulla situazione?



Grazie per la fiducia, gentile lettrice, ma non mi prenda per un politologo perché non lo sono. Mi applico, mi ci metto di buzzo buono, ma non c’è niente da fare. Certe cose non le capisco. Non capisco, ad esempio, perché tanti bravi «sinceri democratici» si scomodarono per plebiscitare quel Walter Veltroni del quale ora si lagnano. Ecchediamine, non lo conoscevano? Ma veniamo a noi, gentile lettrice: anche nell’ultima tornata gli elettori residenti all’estero hanno compiuto il loro diritto-dovere recandosi più o meno compatti alle urne. Alla Camera la lista del Pd l’ha spuntata di un punto e mezzo su quella del Pdl beccandosi così 6 deputati. Quattro, poi, sono andati al Partito della libertà, uno a quello degli Italiani all’estero e uno a quel birbone di Di Pietro e della sua Italia dei - si fa per dire - valori. Al Senato l’ha invece spuntata il Pdl, che s’è portato a casa tre senatori lasciando il resto così suddiviso: due al Pd e uno al partito degli Italiani all’estero. Una notizia che non fece notizia perché a differenza del predecessore, il professor Romano Prodi, il nostro amatissimo Cavaliere fece cappotto ovvero man bassa di consensi, garantendosi così una maggioranza numericamente solida. Come lei ricorderà, gentile lettrice, nella precedente legislatura le sinistre unite, un’armata Brancaleone alla testa della quale non poteva che mettersi il professore di cui sopra, vinsero infatti per il rotto della cuffia e andarono avanti (verso la catastrofe) aggrappandosi ai voti dei senatori a vita e di quel paio di eletti all’estero. Dell’una e dell’altra schiera due, in particolare, emersero come figure esemplari: Rita Levi Montalcini e Luigi Pallaro. Bene, la Montalcini resta senatrice a vita, ma non frequenta più l’aula di Palazzo Madama forse perché le piace essere indispensabile e attualmente, al Senato, non lo è. Per niente. Luigi Pallaro, invece, ha riprovato - presentandosi capolista nel partito degli Italiani in Sud America - a tornare al Senato, indifferentemente nella veste di indispensabile o di superfluo (l’importante era esserci). Ma fu trombato. Eh sì, trombato. Lui, uno dei personaggi chiave della XV legislatura, lui che faceva venire il batticuore alla eppur tosta Angela Finocchiaro - oddio, verrà? Non è che ha perso l’aereo? Telefonate a Fiumicino! - ha lasciato silenziosamente e senza grandi rimpianti la scena. Dico senza grandi rimpianti perché in quel fausto giovedì 24 gennaio 2008, Sant’Esuperanzio, il Pallaro marcò visita, nel senso che non si mosse dalla sua Buenos Aires contribuendo così al götterdämmerung prodiano. Vede, gentile lettrice, quando ho la luna storta o quando m’imbatto in qualche saccente di sinistra che tiene la lezioncina, mi basta tornare con la memoria a quel 24 gennaio e subito mi metto di buon umore. Che botta!
Paolo Granzotto