Caffarella, dna scagiona i romeni. Pm: sono loro

I due romeni in cella scagionati dai test genetici, ma riconosciuti "senza ombra di dubbio" da entrambe le vittime. Per gli inquirenti
restano i principali indiziati: "Nella confessione particolari che solo
l’aggressore poteva sapere"

Roma - Il test del Dna scagiona i due romeni arrestati per lo stupro della quindicenne nel parco della Caffarella. Le tracce rinvenute dalla polizia sul luogo dell’aggressione sono riconducibili al profilo genetico di altri due uomini, che gli inquirenti continuano a cercare nella comunità romena. Le certezze della Procura franano di fronte all’evidenza della prova scientifica e per i due stranieri si prospetta la possibilità di un’imminente scarcerazione, mentre piovono accuse di razzismo sugli investigatori romani.

Ma dai magistrati nessun passo indietro. «L’impianto accusatorio originale non cambia di una virgola», dice il questore di Roma Giuseppe Caruso d’intesa con il procuratore capo Giovanna Ferrara, con il pm Vincenzo Barba e con il capo della Mobile Vittorio Rizzi al termine di un vertice che si è tenuto ieri a piazzale Clodio. A sostenere l’accusa, e non è poca cosa visto i dettagli e la precisione con cui è stata fornita, c’è la confessione del «biondino», Alexandru Isztoika Loyos, 20 anni, il più giovane dei due romeni. Nel suo racconto forniva dettagli ancora non noti e che collimavano perfettamente con la versione della vittima. Ma soprattutto c’è il riconoscimento effettuato della ragazza, «incontrovertibile», ribadiscono i magistrati. E perché, poi, Loyos avrebbe dovuto confessare qualcosa che non aveva commesso mettendo in mezzo l’amico Karol Racz, 36 anni, quello con la faccia da pugile? L’ipotesi che si fa strada è che il romeno stia coprendo qualcuno, ma sul punto gli inquirenti non si sbilanciano. Anzi, in mattinata la Procura ha smentito l’esistenza di un terzo uomo negli atti dell’inchiesta, spiegando che la persona riconosciuta inizialmente dal fidanzato della ragazza in foto aveva un alibi di ferro: il giorno della violenza si trovava all’estero.

Dopo la ritrattazione del «biondino» (Racz ha fin dal principio negato ogni accusa, ndr), gli esami negativi del Dna e la ridda di ipotesi formulate sui giornali negli ultimi giorni, magistrati e investigatori si sono riuniti ieri in Procura per fare il punto della situazione. Al termine del vertice è stato diffuso un comunicato in cui vengono ricostruiti i fatti per rispondere a chi ha seminato dubbi, «fecendo confusione».

È stata la giovane vittima a riconoscere per prima, e «senza ombra di dubbio», uno dei due violentatori per Alexandru Loyos. Il fidanzato aveva invece puntato il dito contro un altro immigrato, subito escluso dalla polizia perché all’epoca dello stupro era in Romania. Il 17 febbraio la polizia arresta Loyos alla stazione di Montemario. Il romeno viene subito sottoposto al prelievo del campione di saliva necessario per la prova del codice genetico, la stessa che ora ha rimesso in discussione l’inchiesta. Subito dopo decide di parlare. È un fiume in piena, la sua appare agli inquirenti una confessione vera, sincera, «piena di particolari che solo il carnefice poteva conoscere». L’interrogatorio, reso davanti al pm Barba e all’avvocato d’ufficio, viene videoregistrato, anche quando tira in ballo il complice, Karol Racz. Pure lui viene riconosciuto in un album tra sette fotografie dai due fidanzatini ancor prima di essere portato in questura dopo l’arresto, avvenuto a Livorno, dove Racz si sarebbe recato «senza giustificato motivo». Durante la perquisizione della baracca dove alloggiavano i due romeni viene sequestrato un paio di pantaloni con due macchie di sangue. Il capitolo che riguarda l’esito delle analisi sulle tracce biologiche viene liquidato dagli inquirenti in una battuta: «Tali esami hanno dato, con riferimento ai reperti fino a questo momento analizzati, esiti negativi e contrari. Pertanto sono stati avviati sia approfondimenti scientifici che investigativi». Lunedì si terrà l’udienza davanti al Tribunale del riesame che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione presentata dagli avvocati Giancarlo Di Rosa e Lorenzo La Marca.