Caffarella, unica certezza: il "biondino" sa e mente

Cosa ha spinto Isztoika ad accusarsi di un delitto così grave? Chi vuole coprire? Dietro i segreti del romeno la verità su quanto
accadde a San Valentino. Il padre di Loyos intercettato: organizzava l’espatrio del figlio. <strong><a href="/a.pic1?ID=335119">Storia di un'inchiesta piena di buchi</a></strong>

Aveva più paura della libertà che di finire in cella a Regina Coeli. Alexandru Loyos, il “biondino“della Caffarella, non ha esitato ad autoaccusarsi di un reato gravissimo, preferendo evidentemente coprire i veri autori dello stupro. E così giorno dopo giorno gli investigatori scoprono di avere a che fare con un personaggio di spessore, quasi diabolico, che avrebbe dosato con sapienza luciferina il vero e il falso, raccontando dettagli inediti e reali di una storia di cui però non sarebbe lui il protagonista. Come mai Loyos ha spalmato tante verità su un fondo di menzogna? Qual è la sua strategia? E che cosa ha visto? un supertestimone, il medico Pasquale Gaetta, lo colloca con certezza sulla scena del crimine mezz’ora prima dell’aggressione. Il “biondino“, dunque sa, ma depista infarcendo le sue dritte di particolari precisi. Eccolo così soffermarsi sulla pettinatura della vittima, «con la frangia davanti», poi eccolo descrivere il fidanzato e aggiungere altre circostanze che, se estraneo alla storia, non avrebbe potuto sapere.

Difficile capire, al momento, il percorso tortuoso, quasi cervellotico immaginato da Loyos. La Questura di Roma ipotizza addirittura che abbia fatto da scudo ai veri stupratori puntando con freddezza sulla carta scientifica, poi puntualmente pescata con la prova del Dna che l’ha scagionato. Insomma, Loyos potrebbe aver giocato una partita difficilissima per mandare su un binario morto l’inchiesta. O, più semplicemente, può essere che sia ricattato: nessuno può escludere che i veri autori del crimine abbiano fatto pressioni su di lui o sulla sua famiglia o su qualche suo conoscente. Certo, la distanza che lo separa dalle belve della Caffarella è ridottissima. Troppi particolari che ha raccontato combaciano perfettamente. Così, nel nuovo provvedimento di fermo per calunnia, autocalunnia e favoreggiamento, il Pm scrive: «Loyos ha quindi incolpato falsamente se stesso, chiamando in correità Karol Racz», pure scagionato dall’esame del Dna, pur nella consapevolezza dell’innocenza propria e del presunto complice, così aiutando i colpevoli, allo stato ignoti». La tecnologia ha dato una mano al “biondino“, tirandolo fuori dai guai, ma non dal perimetro della Caffarella. Certo, fa impressione leggere queste righe che fanno tabula rasa delle precedenti certezze spruzzate di ottimismo, ma è pur vero che ora gli investigatori lo attendono al varco di una spiegazione plausibile. Perchè Loyos ha confessato e perchè poi è andato ad incastrare l’innocente Racz, ancora più estraneo alla violenza?

Sappiamo, il “biondino“ ha puntato il dito contro la polizia romena che l’avrebbe picchiato. Ma anche questo lato della storia fa acqua: basta vedere le immagini della confessione videoregistrata davanti al magistrato per capire che di quel clima di terrore non c’è traccia. Un leggero rossore sotto un’ascella, l’unica modestissima anomalia riscontrata, non può essere certo considerato il risultato di schiaffoni, pugni e calci. E allora il Pm Vincenzo Barba scrive: «Non è dato evincere alcun riscontro alle accuse formulate dall’indagato nei confronti della polizia romena, cosicché nessun condizionamento risulta essere intervenuto nella formazione della calunnia, né dell’autocalunnia, né infine del favoreggiamento».

Insomma, il racconto poi sconfessato sarebbe stato costruito a freddo. Alexandru avrebbe fatto i suoi calcoli. Non aveva alcun timore degli investigatori romeni, aveva messo in conto un soggiorno a Regina Coeli, nemmeno lo spaventava l’idea di lanciare la polizia italiana sulla falsa pista che portava al complice, a quel Karol Racz, pure al centro di un giallo nel giallo: prima riconosciuto dal supertestimone e dalla vittima proprio come il “biondino“, poi fuggito a precipizio da Roma, successivamente rintracciato dove nessuno l’avrebbe mai trovato, in un campo rom di Livorno, su soffiata del solito Loyos, infine, quando nessuno se l’aspettava, “salvato“ dal Dna.

Più passano i giorni e più gli investigatori temono di essere finiti in una trappola assai sofistiscata e preparata da un gruppo di persone che si scambiano informazioni e si coprono a vicenda. In un susseguirsi quasi illogico di frammenti veritieri e grossolane menzogne. E con una coda inquietante: il padre di Loyos, intercettato in Romania, stava preparando la fuga del figlio. Appena scarcerato sarebbe tornato verso casa. E lì sarebbe sparito dalla circolazione. Per ora, invece, il “biondino“ resta a Regina Coeli. Con i suoi segreti. Quelli sì, inconfessabili.