Cafiso, da baby fenomeno a maturo compositore

Washington. Festeggiamenti per l’elezione di Barak Obama all’Eisenhower Theater... Ci sono tutti i grandi della musica, da Bob Dylan all’ottuagenario guru del piano jazz Dave Brubeck accompagnato al sax da un 19enne dal fraseggio sontuoso, ricco e maturo che si chiama Francesco Cafiso, viene dalla Sicilia e ha stupito tutti, diventando una star quando aveva solo 12 anni tanto che oggi - a 22 - è considerato uno dei 100 artisti più influenti del mondo. «Che emozione - ricorda Cafiso - quando Brubeck, uno dei miei idoli disse: “è bellissimo suonare con giovani di talento come te”». L’ex enfant prodige nato a Vittoria («la città più a sud del sud, più in basso di Tunisi»), scoperto e lanciato da Wynton Marsalis (mica uno qualunque!) vanto del jazz italiano, non è certo un fenomeno da baraccone e lo dimostra il suo nuovo cd Moody’n (il primo per la prestigiosa Verve) in cui rilegge pagine di Charlie Parker e Miles Davis e al tempo stesso mostra la sua stoffa di compositore in pezzi come In a Ghost Way of Love. «Ora scrivo musica con impegno e consapevolezza. Quando sei un musicista-bambino rischi di rimanere soffocato dalla curiosità dei media, soprattutto in Italia, mentre in America è una cosa naturale. Quando suonai all’Hilton di New York ogni sera c’era in sala Clark Terry ad ascoltarmi mentre avrebbe dovuto essere il contrario». Qui da noi invece Cafiso è una mosca bianca che però ha suonato con Joe Lovano, Cedar Walton, Hank Jones, l’Orchestra di Count Basie e - va da sé - con tutti gli italiani da Enrico Rava a Paolo Fresu. «La mia fortuna è stata l’incontro con Wynton Marsalis - ammette - che mi ha accorciato la strada. Da un paesino della Sicilia è ancora più difficile emergere. Wynton mi ha visto suonare al Pescara Jazz Festival con Franco D’Andrea nel 2002; avevo 12 anni. Alla fine del concerto mi ha detto semplicemente: “sono diventato un tuo fan” e mi ha portato in tournée con lui in tutta Europa. Un sogno. Quest’anno abbiamo festeggiato il decennale del nostro incontro con un concerto a Pescara. Lui mi ha insegnato tutto».
Un sogno nato per caso quando Francesco aveva solo 7 anni e chiese a papà, «senza un motivo preciso» di regalargli un sax contralto. «Non ascoltavo ancora il jazz, subito dopo mi regalarono un disco che raccoglieva brani dei grandi del sax». Talento di razza, a 9 anni suonava già in un’orchestra che accompagnava artisti del calibro di George Gruntz e Bob Mintzer. Insomma Cafiso ha sacrificato la fanciullezza sull’altare dell’arte. «Non ho rinunciato a nulla perché vivo la musica come una passione. Quando gli altri uscivano a giocare a pallone, io con lo stesso entusiasmo imbracciavo il sax. La differenza con gli altri è che ho sempre frequentato solo persone adulte. E che ho abbandonato la facoltà di lingue ma mi sono diplomato in musica jazz». Quindi niente grilli per la testa, niente trasgressioni, niente rock? «Troppo impegnato ad amare il jazz e l’improvvisazione. Ascolto di tutto ma il rock per ora non mi prende, mi lascia indifferente. Io amo la tradizione da Armstrong a Ellington a Monk e naturalmente, per quanto riguarda il mio strumento, Charlie Parker» (di cui ha temerariamente ripreso alcuni brani nel nuovo cd come Steeplechase). Il jazz gli ha dato tanto e lui cerca di ripagarlo con un Festival lungo un mese a Vittoria, di cui è direttore artistico. «In un luogo sconosciuto al mondo convoco personaggi come Kenny Barron, Jerry Bergonzi, Paolo Fresu, e prima e dopo i concerti organizziamo corsi e jam session per offrire ad altri giovani una chance come quella che ho avuto io. Non si sa mai».