Con Cage e Jackman deludono i polpettoni fantastico-religiosi

In «The Wicker Man» Nicolas è un poliziotto che finisce in un’isola matriarcale, in «The Fountain» Hugh cavalca tre ere storiche

Maurizio Cabona

da Venezia

Secondo film con Nicolas Cage alla Mostra, sempre fuori concorso, e secondo ruolo per lui di poliziotto sfortunato o sfortunatissimo. In The Wicker Man («L'uomo di vimini») di Neil LaBute, Cage non finisce seppellito vivo lui (e lo spettatore annoiato a morte), come in World Trade Center di Oliver Stone, presentato la scorsa settimana. Gli capita di peggio: approda su un'isola a regime matriarcale, dove coerentemente si celebra il culto di Cibele, tenta di salvare la figlioletta, che crede stia per essere immolata, e finisce immolato lui. Sarà che questo è il rifacimento di un film inglese di Robin Hardy (1973); sarà che questa è una coproduzione tedesco-americana... Fatto sta che il nuovo The Wicker Man conserva - oltre alla sceneggiatura di Anthony Sheffer come fonte, il finale originale, di gusto molto europeo. Ma, prima d'arrivarci, LaBute innova parecchio. Il poliziotto inglese del film di Hardy era giovane, credente in Cristo e «vergine». A Cage, anche per età (i suoi capelli sono neri grazie a tintura), LaBute non chiede tanto. Inoltre il culto politeista dell'originale era guidato da un uomo (Christopher Lee), ora invece da una donna (Ellen Burstin) e ridotto a una sorta di carnevale; e poi la vicenda passa da un'isola inglese a una statunitense (ma s'è girato in un'isola canadese).
Il genere di The Wicker Man è quello che va dal Signore delle Mosche di Peter Brook, archetipo della categoria fantastico-religiosa, a The Village di M. Night Shyamalan. Tema: una comunità isolata sviluppa tendenze particolari di autodifesa attraverso la differenza. In questo caso poi ci sono adattamenti locali della storia. L'introduzione del matriarcato, leggendario per quanto è temibile negli Stati Uniti, rende la vicenda più minacciosa per il pubblico di riferimento (nella logica hollywoodiana, un incasso interno conta più di un incasso estero anche superiore). Quanto ai ruoli, Cage ha quello che era di Edward Woodward (il personaggio della figlioletta si chiama così proprio per rendergli omaggio). Si noti che, con gli anni, l'attore somiglia sempre meno a James Stewart e sempre più proprio a Christopher Lee... Si avverte poi ormai forte l'anacronismo della vicenda, perché oggi neanche un'isola è più tanto tagliata fuori dal mondo. Per esempio, viene da chiedersi perché il povero Cage, messo alle strette, riceva una chiamata fasulla sul telefonino, ma per giorni non provi mai a farne una - neanche davanti a un morto ammazzato - per aver aiuto.
Se non si viene del tutto convinti da The Wicker Man, con The Fountain di Darren Aronofsky è difficile perfino illudersi. Il film era infatti stato respinto dal Festival di Cannes; ma questo potrebbe anche significare poco. Quello che fa diffidare subito, oltre al curriculum di Aronofsky, è il trittico di passato, presente e futuro dove si muove un unico personaggio, prima conquistador, poi scienziato, infine astronauta, alle prese con la Fontana della giovinezza. Sono gli ingredienti del peggiore dei polpettoni. In effetti, in un tripudio di luci dorate e notti profonde, Hugh Jackman cerca soluzioni ai suoi problemi fisici e metafisici. In tempi di corpi tenuti apparentemente giovani da palestre e sale operatorie, l'argomento dell'eterna gioventù deve essere sembrato di moda. Ma Aronofsky s'è avviluppato in un progetto più grande di lui. Se si dovesse indicare il peggiore film di questa Mostra, ormai giunta a metà, ecco un autorevole candidato.