Cagnotto-Dallapè, oro nel trampolino sincro E Tania esalta la filosofia di papà Giorgio

Ci sono tanti modi per cantare il talento: l'Italia del nuoto ci sta provando. Come sempre. Gli europei hanno confermato, anche se il medagliere non è stato da fenomeni (17 medaglie, 6 delle quali dal nuoto) e tutti quanti siamo rimasti aggrappati a Federica Pellegrini. La sintesi dice: qualche novità (l'oro di Scozzoli), una crisi accertata (Filippi), una serie di promesse (24 finalisti nel nuoto, l'argento della Batki nei tuffi). «Anno di transizione, ma siamo soddisfatti», ha concluso il presidente federale Barelli.
L'ultimo oro di Tania Cagnotto, in compagnia di Francesca Dallapè nel trampolino da tre m. in sincro, dimostra invece che il nostro mondo acquatico è al sapor rosa, che due sono le regine e bisogna fidarsi, anche se qualche volta inciampano nell'essere umane e cadono in errore. Se poi vogliamo allargare il discorso ai fondisti, tanto di cappello a Valerio Cleri e a i suoi due ori. Peccato che il fondo non abbia l'appeal del nuoto in vasca e dei tuffi.
Ma forse non è un caso che gli europei si siano chiusi nel nome di Tania. È stata sua l’undicesima medaglia europea, da aggiungersi alle 4 mondiali: ci vorrebbe un inchino a tanta bravura, spesso snobbata. E Tania è una di quelle che può dimostrare che il talento paga, se hai accanto qualcuno che ti sa ben guidare. La Cagnotto family's è stata esemplare negli anni. Tania ormai è grande in tutti i sensi. Anche nel gestire emozioni e situazioni difficili. Ha raccontato: «Dopo aver passato i mondiali di Roma, posso affrontare tutto». A Budapest ha bucato la gara dal trampolino dai tre metri, ma si è rifatta, il giorno dopo, rinfrescando l'argento sincro mondiale di Roma e l'oro europeo di Torino. Niente male.
Chi pensa che un genitore rischi di combinar solo guai, quando gli impegni sportivi diventano di livello assoluto, trova smentita in Tania e papà (Giorgio) Cagnotto. Il caso Andrew Howe e mamma è già diverso e più incerto. Ma qui si fa largo il discorso di chi ti sta accanto. Ancora una volta Federica Pellegrini è stata la donna sola al comando: un oro, un bronzo ed una rinuncia (ai 400 sl). Qualche polemichetta sulla rinuncia. «Stavo male davvero, ho deciso io». C'era rischio di brutta figura senza ragione. Perché non concederle la voglia di evitarla? E qualche muso da parte del nuovo tecnico, quando Federica ha radiografato la sua situazione. «Dobbiamo crescere tutti e due». Ieri replicata: «Ho rivisto l'intervista e confermo: non ho detto nulla di male. Castagnetti era un'altra cosa».
Ecco, ci siamo. Se il nostro mondo dello sport prendesse appunti, forse ne uscirebbe qualche campione in più. Due esempi agli antipodi. Mario Balotelli e Federica Pellegrini. Uno spedito in Inghilterra in cambio di un bel pacco di milioni, nonostante tutti recitino: è un gran talento, ha qualità, può far la differenza. E nessuno che si sia preoccupato di dire: salviamolo, cerchiamo di farlo crescere sia calcisticamente sia nella testa, non lasciamolo partire com'è capitato, per esempio, con Giuseppe Rossi. Un talento buttato. L'altra salvata da una rete senza fili nel momento cruciale della carriera. Nel 2006 la Pellegrini non sapeva da che parte girarsi, le sue qualità erano indiscutibili, ma le mancava qualcosa, rischiava di impigliarsi in una evoluzione tecnica. Alberto Castagnetti, che era il ct della nazionale, le ha offerto una mano, ha modellato una creatura, scoperto i difetti, valorizzato i pregi. Ne è uscita una campionessa d'oro.
E qui sta la differenza fra il nuoto e gli altri. Il calcio perde e disperde le sue poche qualità. Eppoi piagnucola. L'atletica non riesce a coltivare atleti di élite per mancanza di materiale umano e di tecnici. La scherma possiede scuole che si tramandano il segreto di lunga vita. Il nuoto lavora sodo, i tecnici vanno a scovare giovani, alla lunga trovano qualche soddisfazione. Ma ci vuole fede (non solo la Pellegrini) e voglia di soffrire anche con gente testona e un po' fuori di testa. Senza venderli al miglior offerente.