Cairo si arrende: «Ho deciso di vendere il Toro»

PISTA SVIZZERA Si sogna «Alinghi», ma si parla anche di un gruppo cinese e della catena tedesca «Lidl»

Torino Il 12 febbraio 2009, il Toro scoprì l’identità del «famoso» Mister X che avrebbe voluto comprarlo sfruttando un’eredità milionaria: Raffaele Ciuccariello, però, scomparve nello spazio di un mattino dopo che i suoi avvocati allestirono una conferenza stampa da avanspettacolo puro. Ieri, praticamente un anno esatto e una retrocessione dopo, il proprietario e presidente Urbano Cairo ha annunciato dalle pagine de La Stampa la sua intenzione di farsi davvero da parte: «Il 70% dei tifosi è dalla mia parte, ma io voglio che sia contento anche il restante trenta. Il Toro è in vendita».
Ci risiamo con il tormentone, allora. Il tutto, mentre la squadra naviga in serie B con una classifica non degna della storia (meno 5 dai playoff, più 5 sui playout) e con una rosa che a gennaio ha visto arrivare dodici elementi nuovi in cambio di quasi altrettante partenze. Oggi, a Padova, la truppa di Colantuono sarà di fronte all’ennesimo e forse ultimo bivio della stagione: vincere significherebbe rimettere benzina nel motore, perdere equivarrebbe quasi certamente ad abbandonare qualunque sogno di promozione. Dettagli, forse, viste le intenzioni di Cairo. O forse no: perché giocare la prossima serie A garantirebbe automaticamente 50 milioni di euro grazie ai ricavi tv. E, senza sapere in quale campionato giocherà la squadra, è impossibile pensare che la società venga venduta in tempi brevi per la semplice ragione che il prezzo di acquisto cambierebbe radicalmente. Cairo, comunque, pare deciso: «La situazione si è fatta insostenibile. Chi vuole comprare, però, dovrà essere più ricco, più capace, più organizzato e più tifoso di me. Quanto costa il Toro? Al netto dei ricavi, tra aumenti di capitale e ripianamenti successivi, ho messo nel sistema Toro 30 milioni di euro di tasca mia. La società non ha debiti con le banche, sia chiaro». Non ha però nemmeno tante proprietà, visto che la gran parte dei giocatori è in prestito e che un centro sportivo suo non lo possiede.
Così è, comunque. Urge voltare pagina, adesso. E trovare un compratore. Cairo, arrivato nell’estate 2005 «a costo zero» dopo il fallimento di Cimminelli, era stato accolto trionfalmente e con il popolo granata ha vissuto una luna di miele durata tre anni e più: poi, i continui cambi di allenatori (a oggi, la guida tecnica è stata cambiata nove volte) e direttori sportivi (sette) gli hanno man mano fatto perdere credibilità e appeal. La retrocessione - cui si è unito «un tiro al bersaglio da parte dei media», per dirla con l’attuale ds Petrachi -, ha fatto il resto. Fino ad arrivare al punto di rottura. «Non ho ancora parlato con nessuno», ha detto Cairo. Voci comunque ce ne sono, da mesi: la più intrigante porta a una pista svizzera non meglio identificata e naturalmente c’è chi sogna che dietro la stessa ci sia Ernesto Bertarelli, il «papà» di Alinghi ma soprattutto amministratore delegato di un’azienda come la Serono che vanta un fatturato annuo di circa 2,5 miliardi di euro. Poi, detto che i piemontesi Lavazza, Ferrero, Miroglio, Bertone e Boglione passeranno quasi certamente la mano anche stavolta, resistono altre candidature: per esempio Luciano Gaucci, pronto a tornare nel calcio («ma io non vendo a chi si fa pubblicità sui giornali», Cairo dixit), o i proprietari della catena tedesca di discount «Lidl». O, ancora, un fantomatico gruppo cinese. Di tutto di più, insomma. La soluzione più logica sarebbe in realtà il Gruppo Beretta, celebre salumificio - con fatturato annuo superiore ai 500 milioni - finora sempre al fianco di Cairo e attuale sponsor del settore giovanile: al momento, però, si nicchia anche da quelle parti.