Calabresi, la famiglia che ha ucciso l’odio

Oggi sarà in tutte le librerie Spingendo la notte più in là (Mondadori, 131 pagine, 14,50 euro), il libro che Mario Calabresi, corrispondente da New York di Repubblica, ha scritto a trentacinque anni esatti dalla morte di suo padre, il commissario di polizia Luigi Calabresi.
Calabresi: i lettori del Giornale conoscono bene questo nome e ciò che ha rappresentato nella storia del nostro Paese. Il commissario non è soltanto la prima vittima, nel senso di primo «bersaglio scelto», del terrorismo di estrema sinistra. È anche e soprattutto la dimostrazione più evidente di quanta e quale barbarie possano produrre l’incapacità di ascoltare le ragioni dell’altro, l’odio politico, la demonizzazione del «nemico», le campagne di calunnie, l’invocazione e la giustificazione della violenza. Calabresi venne indicato - non solo dai giornali dell’estrema sinistra come Lotta Continua, ma da tutta un’intellighenzia vigliaccamente allineata al conformismo del suo tempo - come l’assassino dell’anarchico Pino Pinelli, precipitato dal quarto piano della questura nei giorni successivi alla strage di piazza Fontana. Era innocente, Calabresi: completamente innocente. Lo dicevano il buon senso e l’analisi dei fatti già in quel dicembre del 1969; lo stabilì formalmente l’inchiesta di un giudice di sinistra come Gerardo D’Ambrosio nel 1975. Ma ormai, quando fu messo il sigillo della magistratura alla sua innocenza, il commissario era già morto da tre anni, ucciso da killer che avevano trovato un avallo morale negli slogan urlati nei cortei, negli appelli firmati dagli intellettuali, nei manifesti affissi sui muri, negli articoli di giornali infarciti di menzogne; in definitiva, in un’ideologia che in nome di un presunto amore per un’indistinta «umanità» sterminava gli uomini. I lettori del Giornale, dicevo, conoscono bene quel nome e quella vicenda, perché il Giornale nacque proprio per opporsi a quel clima di follia e di odio.
Ma sbaglierebbe, e di molto, chi pensasse che il libro del maggiore dei tre figli di Calabresi sia un libro sugli anni di piombo. Non è questo, Spingendo la notte più in là. Non è neppure un libro sulla infame disparità di trattamento che è stata poi riservata ai familiari delle vittime - dimenticati quando non offesi - e ai loro carnefici, mandati a occupare posti in Parlamento e a pontificare sui giornali e nelle università. Certo se ne parla, nel libro, di questa disparità. La si denuncia. Ma il cuore di queste pagine è ben altro e ben oltre.
È, innanzitutto, la umanissima e commovente storia di una famiglia. Mario aveva due anni, quando il papà gli fu portato via. Suo fratello Paolo ne aveva uno. Luigi era ancora in grembo alla mamma, che lo sentì sussultare, quasi di rabbia, quando un sacerdote le disse senza voce, con il solo movimento delle labbra, «è morto». Luigi è quello che ha fatto più fatica. Ai fratelli ha sempre detto: la differenza tra voi e me è che a voi il papà vi ha tenuto in braccio, a me no, io non l’ho mai potuto toccare. E quanto è importante, il toccare. Mario racconta di avere custodito, del papà, un solo ricordo di un fatto tangibile. Fin da piccolo conservava nella memoria una strana scena, di lui in spalla al papà, e c’era una banda che suonava, e tanta confusione, e lui aveva un po’ paura. Ma nel ricordo c’era anche che a un certo punto la paura passava, ed era stato quel contatto con il padre, una mano serrata, a fargli coraggio. Solo quando era già grande Mario trovò la forza di confidare alla mamma di avere quel ricordo, e il timore che fosse solo un sogno. Ma la mamma, che tutto scriveva su un diario, scovò l’appunto: il 14 maggio 1972, tre giorni prima di essere ucciso, Luigi portò Mario al raduno degli alpini, e c’era la banda, c’era confusione, Mario aveva paura ma il papà gli prese la mano e gli fece toccare un trombone. Misteriosamente, al piccolo Mario quella mattinata è sempre rimasta dentro, e altrettanto misteriosamente gli è servita a non avere mai più paura della ressa.
La storia di una famiglia, appunto. Una famiglia di tre bambini che fanno il bagno insieme e poi - per anni - si siedono davanti a un magnetofono ad ascoltare la voce di papà che racconta una favola. Tre bambini che la domenica vanno a Musocco a trovare papà, e scambiano le macchinine con quelle messe sulla tomba di un loro amichetto che se n’era andato presto, «con la testa bionda», e non aveva fatto in tempo a vedere questo mondo: né le cose belle, né gli orrori.
Quanti, orrori. L’odio, per prima cosa. Quello vomitato sul papà commissario li avrebbe tormentati ancora per anni. Come quella volta che Mario è al ginnasio e sente urlare Ca-la-bre-si-as-sas-si-no al corteo del 12 dicembre. O come quella in cui è già grande e a una festa sente una ragazza ripetere il veleno contro suo padre e perfino contro sua madre.
Quanto odio. Ma anche quanto amore. Quello di un uomo, Tonino Milite, che a un certo punto entra in scena e ama quei tre bambini come fossero suoi. E soprattutto quello di una mamma che non si accontenta di tirar su i figli con lo stipendio di insegnante di religione: di più, decide che deve fare di più, educare a non portare rancore, a non rispondere alle offese. A non odiare, mai. È lei, Gemma Capra vedova Calabresi, la figura che giganteggia in questo libro.
Un libro che ha molto da insegnare sullo scandalo del dolore. Il quale ha sempre due facce. Se ci ribelliamo, se tentiamo di rifiutarlo anche quando rifiutarlo è impossibile, se ci fa cedere alla tentazione della vendetta, il dolore ci abbrutisce, ci inchioda, ci stringe nell’angolo della rabbia e della disperazione. Ma se invece il nostro dolore ci rende più sensibili a quello degli altri, se ci spinge alla solidarietà, se ci induce a batterci perché al nostro prossimo non venga fatto il male che è stato fatto a noi, allora ci rende migliori, ci salva. È un mistero, certo: ma chissà, se la famiglia Calabresi avesse potuto vivere quietamente come quasi tutte le famiglie possono vivere, forse oggi non sarebbe quella luminosa testimonianza che è.
È brutto, quando si scrive un articolo, parlare in prima persona, ma chiedo al lettore una piccola licenza senza la quale non renderei giustizia alla famiglia Calabresi. Voglio dire questo: chi legge potrebbe pensare che il libro non rispecchia esattamente la realtà; che sia un quadretto agiografico. Conosco bene la famiglia Calabresi e - per quel che vale la mia parola - assicuro che il libro di Mario, invece, la rispecchia. Non vuol dire che sono santi o superuomini. Il dolore non gliel’ha tolto nessuno. E anche loro hanno provato la rabbia: ma sono riusciti a ricacciarla indietro. Mario, il mio amico Mario, ha passato giorni e notti con la tentazione di spaccare tutto, o almeno di fuggire, via per sempre. Ma alla fine ha capito una cosa: che, pur senza rinunciare al diritto di avere giustizia, non si può restare prigionieri dell’odio. Bisogna saper vedere e riconoscere il bello e il buono che c’è in ogni uomo, anche in chi ti si pone come nemico. Bisogna «scommettere tutto sull’amore per la vita», come scrive nel finale del libro, che è un finale da brivido. Il libro di Mario è la storia della lotta di un ragazzo che alla fine è riuscito davvero a spingere la notte più in là.
Leggetelo, questo libro. Vi farà anche piangere. Ma vi farà bene.
Michele Brambilla