Calabresi, le lapidi e i trinariciuti

Con parole degne di essere scolpite anch’esse su una lapide, ieri il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati - uomo di sinistra, ex comunista della pura e dura Sesto San Giovanni - ha chiesto scusa alla famiglia Calabresi per il ritardo con cui le istituzioni hanno reso omaggio al commissario ucciso trentacinque anni fa. Ucciso, va ricordato, da due colpi di revolver: ma, prima ancora, da una infame campagna di disinformazione portata avanti da tutta la intellighenzia italiana (inutile sottolineare «di sinistra»: in Italia, se non è di sinistra, non è intellighenzia).
Il suo discorso di scuse, Penati lo ha pronunciato mentre scopriva, in una sede della Provincia, una lapide che ricorda Calabresi. Poco più tardi è stata scoperta un’altra lapide: è in via Cherubini, a pochi metri dal punto in cui il commissario venne ammazzato. A entrambe le cerimonie erano presenti anche il sindaco di Milano Letizia Moratti e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, anch’egli ex comunista. Pure un altro ex comunista, Veltroni, l’altro ieri aveva compiuto un gesto identico nei contenuti.
Insomma sono giorni importanti, questi, sulla via di una riconciliazione nazionale che il Paese attende da tempo. Da più di trent’anni. Dall’inizio di quei maledetti anni per nulla formidabili, ma di follia e di piombo. Le istituzioni hanno fatto la loro parte, per questa riconciliazione. E tanto, tantissimo ha fatto la famiglia Calabresi. Il libro che ha appena pubblicato il figlio Mario, Spingendo la notte più in là, è una straordinaria lezione per tutti: insegna a non odiare e ad avere la forza di voltare pagina.
L’Italia è però, purtroppo, un Paese di trinariciuti, direbbe Giovannino Guareschi: di persone che antepongono le proprie idee alla realtà; e se la realtà smentisce le loro idee, tanto peggio per la realtà.
Così, ieri su l’Unità il commento alle lapidi in memoria di Calabresi è partito con il buonismo di maniera per sprofondare poi nei mostri degli anni Settanta, cioè nella riesumazione delle calunnie contro Calabresi. L’Unità se l’è presa con il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, che vorrebbe rimuovere la targa che ricorda Giuseppe Pinelli «ucciso innocente»; per De Corato la dizione esatta è incisa su un’altra targa, quella voluta dall’ex sindaco Albertini, che definisce Pinelli «ferroviere anarchico innocente morto tragicamente nei locali della Questura di Milano». Inutile ricordare che una sentenza del giudice D’Ambrosio stabilì che Pinelli non fu «ucciso»: per l’Unità è carta straccia. Scrive infatti il suo editorialista: «Ma come si fa a cancellare quella prima “sentenza”, i dubbi e le angosce che da quasi quarant’anni ci appartengono?». Insomma per l’Unità Pinelli è stato ucciso, fa fede quella «prima “sentenza”», che non venne emessa da alcun magistrato ma da giornalisti e intellettuali che infarcirono i loro articoli e i loro appelli con bufale gigantesche come quella del colpo di karatè e del siero della verità, panzane invano smentite già da subito dai medici che soccorsero il povero Pinelli. Bisognerebbe ricordare all’Unità che gli estremisti di sinistra che ammazzarono Calabresi trovarono la propria giustificazione morale proprio in quella «prima “sentenza”» che definiva il commissario «torturatore e assassino, responsabile della morte di Pinelli».
Dalle due lapidi scoperte ieri l’Unità prende spunto per denunciare il tentativo di «riscrivere la storia in un senso», e cita ad esempio i vari testi, sprezzantemente considerati come revisionisti, sulla Resistenza. Ma non rimescoliamo le carte. Non è la destra che sta riscrivendo la storia. Sono gli storici, anche non di destra (così come «non di destra» sono coloro che hanno reso onore a Calabresi) che stanno rivedendo pagina per pagina una storiografia per mezzo secolo monopolizzata da una sinistra che ha diviso il mondo in buoni e cattivi, celebrando se stessa e demonizzando i «nemici». Non è un caso, a proposito di Resistenza, che per decenni sui libri di testo dei licei e delle Università non si sia trovata traccia né degli omicidi del «triangolo della morte», né delle foibe. E quando qualche saggista di sinistra come Giampaolo Pansa ha avuto il coraggio di smentire la vulgata ufficiale imposta dalla fine della guerra in poi, s’è preso del traditore e del reazionario.
Si dirà che quelle dell’Unità sono posizioni estreme, e che la sinistra più intelligente ha capito. È vero, ma solo in parte. Le lapidi e le commemorazioni vanno accolte con favore, ma c’è ancora molto da fare, per una vera riconciliazione nazionale. Se chi rilegge la storia è considerato un reazionario; se le «sentenze» emesse in nome dell’ideologia valgono più di quelle emesse dalla magistratura (questo vale anche per il processo Sofri); se si continua a sostenere che tutto il terrorismo di sinistra è solo una reazione alla strage di piazza Fontana; se si invoca (come ha fatto ieri il direttore di Liberazione) un’amnistia che di fatto mette sullo stesso piano carnefici e vittime; se tutta una classe intellettuale-dirigente non fa ammenda dei propri errori di quegli anni; se tutto questo persiste, il nostro continuerà a essere un Paese diviso.
Michele Brambilla