CALABRESI

Che cos’è un’orazione civile? È il genere letterario attraverso cui un Paese rende omaggio a chi con dignità e sacrificio, anche della vita, lo ha servito. Che cos’è un oratore civile? È un retore, nel senso puro e quindi nobile del termine, che di quell’omaggio si fa voce, gli presta inflessioni e toni, induce riflessioni e convincimenti, permette a chi ascolta di entrare in sintonia con chi parla e a quest’ultimo di annullarsi in quell’unità, di trasfigurarla e di renderla emblema e simbolo di una comunità, ovvero di un comune sentire, una memoria condivisa, una certa idea di nazione, una civiltà.
L’altra sera, all’Auditorium della Musica, Luca Zingaretti ha avuto l’intelligenza e l’umiltà di trasformare Spingendo la notte più in là, il libro scritto da Mario Calabresi, nell’orazione civile di un Paese spesso ancora perduto nell’analfabetismo del proprio passato. Ne ha fatto uno spettacolo commosso e virile. Una messinscena scarna, tre voci narranti più la sua (Sara D’Amario, Roberto De Francesco, Biancamaria Lelli), qualche immagine selezionata da Andrea Salerno, un accompagnamento affidato a Arturo Annecchino capace di trasformare le note in una sorta di sentimento del tempo pudico e dignitoso: se c’era una musica atta a scandire il senso di una pacificata disperazione, questa è quella uscita dal suo pianoforte.
Pudico e dignitoso, dicevamo. Spingendo la notte più in là è infatti, attraverso la voce di Zingaretti, proprio questo, una testimonianza piena di pathos, ma mai di vergogna, ferma, ma mai urlata, rispettosa, ma mai piagnucolosa. «Accade a un certo punto, improvvisamente, che quelle persone solitamente mansuete, che vengono catalogate sotto la rassicurante voce “i parenti delle vittime”, diano segni di insofferenza, si ribellino, sbottino. Intendiamoci, è sempre poca cosa, in un Paese abituato a urlare a squarciagola. Si tratta al massimo di una lettera di protesta, di una dichiarazione, della minaccia di restituire la medaglia alla memoria. Troppo rispetto per i propri morti impedisce di trascendere, ma la sofferenza che nascondono questi piccoli gesti è spaventosamente grande».
Tutta l’orazione è costruita così, con accenni, incisi, sottolineature di una frase, di un concetto. Prestando la voce a Carole Beebe Tarantelli, la moglie di Ezio Tarantelli, l’economista ucciso dai brigatisti nel 1985, vien fuori questo giudizio: «In Italia si è fatta strada un’illusione, che corrisponde alle fantasie dei terroristi, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo. Ma non può essere così. Pagata la pena si è liberi, ma non sono finite le responsabilità. E una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora». E poi, riprendendo un articolo di Giampaolo Pansa: «Sento spesso dire che siamo stati poco garantisti con chi voleva fare la rivoluzione e ha sparato. Non so dire se sia davvero così. Ma so per certo che siamo stati poco umani con i parenti di chi è stato ucciso».
In altri momenti, lo strazio e la difficoltà di chi, come Gemma Capra Calabresi, si ritrovò vedova a venticinque anni, incinta del terzo figlio, è affidata a un ricordo struggente: «La sensazione di naufragio per noi ha un nome: Bambi. Eravamo al cinema Gloria, in corso Vercelli, e la storia ci piaceva, finché i cacciatori non uccisero la madre di Bambi. A quel punto la mamma si mise a piangere, in mezzo a tutti. Fu una cosa improvvisa e inaspettata: cominciammo a piangere anche noi e la sensazione di smarrimento fu totale. Alla fine del film aspettammo che tutti fossero usciti prima di alzarci, ci vergognavamo e per anni non ne abbiamo mai parlato».
Mario Calabresi è un giornalista troppo avvertito per non sapere che il modo in cui le autorità costituite gestirono la morte di Giuseppe Pinelli dopo la strage di piazza Fontana, fu vergognoso, e bene ha fatto Zingaretti a ricordarlo. «C’era il dovere di spiegare cos’era successo, senza opacità, senza reticenze. Invece quel pezzo di Stato per il quale lavorava mio padre diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insultò il Paese e avallò i più terribili sospetti».
Questo modo di fare affondava le sue radici in una classe politica che, purtroppo, di senso dello Stato ne aveva poco o nulla, atterrita dall’idea di prendere una posizione e di difenderla, più portata al compromesso che alla nettezza delle scelte, clientelare nella sua gestione della cosa pubblica e quindi paternalistica verso un apparato statale di cui un po’ si vergognava, ma che comunque trattava con quel misto di disprezzo e di arroganza proprio di chi non avendo scelto una logica di selezione e di merito, lo riteneva poco più di carne da cannone.
Il discredito delle istituzioni venne reso possibile dal fatto che, per prime, erano le istituzioni a non credere nel loro magistero. A farne le spese fu l’anello più debole, perché il più giovane, il più visibile e, ironia della sorte, il più dialogante. Contro Luigi Calabresi, ha ricordato Zingaretti, attraverso le parole del figlio Mario, ci fu una campagna di stampa infame quanto perfetta, dietro cui c’erano «molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costruire un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà».
Quando gli ammazzarono il padre sparandogli alle spalle, Mario aveva due anni e l’unica immagine di lui che gli restò poi impressa nella mente è lo stargli a cavalcioni per poter toccare il trombone di una banda militare durante una festa cittadina, fiero e confuso, un po’ spaventato ma sicuro che con un papà così non gli potesse mai accadere nulla di male... Fra il primo processo del ’90 e la sua conclusione definitiva trascorsero dieci anni, e in questo arco di tempo l’allora ventenne Calabresi cominciò ad appassionarsi di giornalismo, fu assunto all’Ansa e, proprio al termine di quel decennio, ricevette un’offerta da La Repubblica, lo stesso quotidiano in cui collaborava quello che, stando alle sentenze, aveva ordinato l’assassinio di suo padre. A vincerne le resistenze e il comprensibile disagio fu la madre, con parole che sono insieme una lezione di vita e un piccolo trattato di educazione civile: «Conoscevo tuo padre: amava le sfide, confrontarsi, mescolarsi, nella sua testa non esistevano due Italie, ma una sola. Mario, non permettere che altri decidano ancora il tuo destino, lo hanno già fatto quando eri bambino. Questa volta decidi tu».
Di chi allora fu trasformato in «mostro» e di un clima, che rimanda a una strage, quella di piazza Fontana, «avvenuta quasi trentotto anni fa», una data che fa «quella bomba più vicina all’ascesa del nazismo al potere che all’impiccagione di Saddam Hussein», Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo è ancora, trentotto anni dopo, l’emblema più sinistro e terribile, ancorato com’è nella sua certezza rancorosa, nel suo ghigno impietoso, senza mai una nota al testo, ovvero un ripensamento o un sentimento di pietas. «Il rancore uccide tutto» aveva detto Gemma Calabresi ai figli per convincerli che non è nell’astio che dovevano vivere. Maestra elementare, ne sapeva già allora di democrazia e di senso civico molto di più di chi la vita ha premiato con un Nobel letterario. Nel tempo, Mario ha visto ridare a Luigi il rispetto e l’omaggio che gli erano dovuti.
Qualcuno dirà troppo tardi e con troppe reticenze, ma dal suo modo di porsi davanti a quella tragedia si capisce che ciò che lo ha animato è stata l’ostinata voglia di guardare avanti, di trovare comunque un modo e un motivo per crederci, di onorare così quell’unica Italia che stava a cuore a suo padre. Per gli altri, quelli che allora lavorarono a quel «linciaggio» e poi se ne lavarono le mani, resta un senso di pena. E il chiedersi come facciano a guardarsi allo specchio senza sputarsi in faccia. Ma questa è un’orazione barbarica...