La Calabria chiede i danni alle cosche

Cristiano Gatti

Visto che questa strana regione Calabria, bellissima e vilipesa, l’hanno praticamente spolpata, è ora che comincino a restituire qualcosa. Non per niente sono i primi imprenditori della zona, come dimostrano gli ultimi dati sul fatturato: le cosche della ’ndrangheta hanno un giro d’affari annuale di 35 miliardi in euro, più dell’intero Pil regionale. Tutto quanto succhiato dalla giugulare di una società sempre più oppressa e intimidita. Da qui l’idea suggestiva e disperata della giunta regionale: dato che i bilanci pubblici boccheggiano, dato che le attività private agonizzano, è ora che l’opulenta industria del crimine, così ben avviata nel circondario, partecipi alle spese. Il metodo? Innovativo e manageriale: dato che non li si può tassare quando agiscono sparacchiando a piede libero, i boss paghino almeno quando il giudice li condanna. Un risarcimento danni, ma del tutto particolare: si risarcisce «il danno all’immagine»
Se nel resto d’Italia e in giro per il mondo Calabria non evoca subito mari di cristallo e foreste sconfinate, che in realtà esistono, ma intimidazioni, minacce e sparatorie, ci sarà un motivo. Il motivo emerge chiarissimo dagli atti che l’Avvocatura regionale presenta ormai puntualmente in tutti i processi contro i clan, costituendosi parte civile: «Le attività delittuose hanno condizionato la vita democratica del territorio regionale e reso insicura l’esistenza di interi paesi. La Regione ha subìto pregiudizi materiali e morali, consistenti in particolare nella lesione dell’immagine dell’Ente nei confronti dell’opinione pubblica locale e soprattutto nazionale».
Avanti con i se. Se gli imprenditori, come spiega Filippo Callipo, presidente dell’Assoindustria locale, «emigrano in continuazione, qui più numerosi che in qualunque altra zona». Se il turismo soffre del clima di paura che incutono i clan e i tour operator faticano sempre di più a vendere vacanze lungo le coste. Se queste stesse coste sono per lunghi tratti irrimediabilmente violentate dall’edilizia malavitosa. Se questa è la realtà, se questa è la Calabria che i boss hanno confezionato nel silenzio e nel terrore generale, ora sembra arrivato il momento di riequilibrare i conti. Almeno, di cominciare il doveroso processo di restituzione. L’idea che un asilo, un parco pubblico, una spiaggia pulita siano finanziati con il «risarcimento danni all’immagine», così da ricostruire lentamente tutta un’altra immagine, è obiettivamente originale. Il presidente della giunta ulivista, Agazio Loiero, la sta sfruttando sul duplice versante delle entrate finanziarie e dell’immagine, in questo caso personale. Dal suo insediamento, l’ordine è permanente: in ogni processo alla ’ndrangheta, la Regione si presenta con i suoi avvocati per chiedere ai boss il risarcimento. I risultati già si vedono. La Corte d’Assise di Cosenza ha condannato un clan a pagare 500mila euro. Per la prima volta, giudici italiani riconoscono in una sentenza che le associazioni criminali danneggiano «l’intero tessuto sociale di una regione».
Quanto prima, è atteso un secondo atto di giustizia, nel senso pieno e sostanziale del termine. La Regione ora pretende tre milioni di euro dalle cosche di Guardavalle, i clan Gallace-Novella, sotto processo in questi giorni a Catanzaro. In totale, 81 tra capoccia e manovali, tutti quanti imputati per una chilometrica serie di reati, che spaziano dalle rapine alle estorsioni, dalle ricettazioni allo spaccio (come impresa, la ’ndrangheta punta molto sulla diversificazione). In caso di condanna, chiede la Regione, la premiata ditta deve pagare anche i tremendi danni provocati a tutta una terra e a tutta una gente, insieme di valori, di energie, di fatiche e di speranze che si riconosce semplicemente in un marchio: Calabria.
Se passa il principio, come è passato nella sentenza di Cosenza e come si spera passi nei processi in corso, l’intuizione calabrese può tranquillamente diventare un modello nazionale. Già è capitato che i beni confiscati alle fiorenti mafie di mezza Italia siano diventati patrimonio pubblico. Ma in questo caso si va ben oltre: i tagliagole non devono solo restituire i beni materiali, ma contribuire in solido alla ricostruzione di quel bene ideale e impalpabile, ma per una comunità umana decisivo e sostanziale, che si chiama reputazione. Certo non è facile: guardandoci in giro, ascoltando i discorsi che fanno all’estero, il problema è trovare gli zeri per quantificare i danni.
Cristiano Gatti