Calabria costretta alla legge anti-parentopoli

Felice Manti

da Milano

Il motto «tengo famiglia» in Calabria non va più di moda. Ieri, con una decisione annunciata da tempo, il Consiglio regionale ha approvato la norma anti-parentopoli, che impedisce a congiunti e affini fino al terzo grado di lavorare per i consiglieri regionali e i responsabili delle «strutture speciali». Il colpo mortale al meccanismo era arrivato qualche settimana fa, con le dimissioni dell’assessore regionale di Rifondazione comunista, Egidio Masella, pretese dal governatore Agazio Loiero: il titolare del Lavoro era «reo» di aver fatto assumere la moglie, l’avvocato Lucia Apreda, nella propria «struttura speciale».
Quelle dimissioni avevano scatenato una resa dei conti a sinistra, con lacerazioni anche dentro il partito di Masella. La decisione dell’assemblea calabrese di ieri potrebbe aver chiuso definitivamente il capitolo, anche se il dietrofront di Loiero è arrivato solo dopo che la magistratura di Catanzaro ha aperto un’inchiesta, alimentata anche da alcune pesanti affermazioni dello stesso Masella, per accertare eventuali ipotesi di reato di abuso d’ufficio.
Lo scandalo Parentopoli risale però al 2002, quando l’allora giunta di centrodestra aveva inaugurato uno spoil system molto particolare. Con la legge 25 aveva dato il via libera all’assunzione negli uffici regionali e nei cda di competenza regionale di familiari, parenti e amici di assessori e consiglieri regionali.
La giunta Loiero, insediatasi lo scorso aprile, aveva in qualche modo corretto il tiro, azzerando le nomine decise dalla vecchia maggioranza e sostituendole con un’assunzione «fiduciaria», legata al mandato del Consiglio regionale. E così è arrivato il cambio della guardia. La delibera autorizzava ognuno dei 50 consiglieri regionali ad assumere da 4 a 7 persone. A conti fatti, circa 200 «assunti», con stipendi medi da 1.700 euro netti.
«Abbiamo sanato una situazione spiacevole», ha commentato Vincenzo Sculco, capogruppo della Margherita in Consiglio regionale. Il voto al provvedimento è stato quasi unanime, contrario solo l’azzurro Gesuele Vilasi. «Vilasi aveva avanzato la richiesta di introdurre alcuni correttivi che non sono stati accolti, legati alla parola “utilizzo”. Avrebbe preferito utilizzare un’altra formula». Le persone «a rischio», sottolinea Sculco, dovrebbero essere circa ottanta.
Gli assunti in Regione Calabria non rischiano il posto, spiega, ma semplicemente non possono più lavorare per un parente. Per esempio, «il mio collega di partito Borrello non potrà più contare nel suo staff del fratello che - sottolineo - lavora in Regione da 35 anni». «Personalmente questa pratica non mi coinvolge, io non ho fatto assumere nessuno. Altri, invece...». Sculco non fa nomi, ma l’elenco è ormai noto a tutti. Pino Guerriero, il presidente della Commissione regionale antimafia, fino a un mese fa aveva come autista il nipote («sa guidare da Dio», si era difeso), il figlio lavora in un gruppo di verifica di atti legislativi, il consigliere dell’Udc Dionisio Gallo ha fatto assumere moglie e cognata, come il collega di partito Gianni Nucera, che in più ha messo nella sua squadra anche i suoi due figli. E ancora il consigliere di An Alberto Sarra e gli azzurri Antonio Pizzini e Luigi Fedele. Da oggi quasi tutti i consiglieri dovranno cercarsi nuovi collaboratori. A meno che non passi l’escamotage che qualcuno già sussurra. Assunzioni incrociate, del tipo io assumo tuo figlio e tu il mio.
Ieri in Regione c’è stato anche un importante passaggio di consegne. Il posto in Consiglio lasciato dal vicepresidente Fortugno, ucciso a Locri dalla ’ndrangheta nel seggio delle primarie dell’Unione lo scorso ottobre, è andato a Domenico Crea, assente giustificato perché ancora in lutto per la morte del padre.