Calabria, onorata sanità: i verbali

L’inchiesta sugli affari della
’ndrangheta nelle cliniche
calabresi. Dalle carte della
Procura le storie di pazienti
abbandonati in fin di vita.  Donna portata al
pronto soccorso
dopo il decesso
fingendo che sia
ancora viva <br />

L’hanno ribattezzata la «clinica degli orrori» e a leggere le relazioni dei supertestimoni dell’inchiesta «Onorata Sanità», sulla clinica Villa Anya, dell’ex consigliere della Margherita, Domenico Crea, e del figlio Antonio, arrestati lunedì scorso, di «orrori» i pazienti ne hanno visti tanti. Oltre ai macchinari inesistenti e ai medici assenti, dalle carte della Procura antimafia emerge il grado di cinismo degli operatori della struttura, in primis il direttore sanitario Crea, e vengono denunciate le pratiche« spregiudicate» ai danni di «soggetti per definizione deboli e sprovvisti di altre forme di tutela». C’è la paziente che sta male e che riesce a strappare solo una cura telefonica per interposta persona (la moglie del direttore sanitario), c’è la morte di una paziente che vuole essere spacciata per malattia, ci sono cartelle cliniche nascoste e ore dei decessi falsificate, insieme con operatori paramedici costretti a inventarsi diagnosi e cure in assenza dei medici. Un quadro a dir poco desolante.

Pazienti abbandonati al loro destino, medici assenti, macchinari inesistenti, infermieri fai da te, un direttore sanitario che prescriveva per telefono le cure ai moribondi. Tutto ciò com’è noto accadeva a Villa Anya, la «clinica degli orrori» dell’ex consigliere della Margherita, Domenico Crea, e di suo figlio Antonio, arrestati lunedì scorso nell’inchiesta «Onorata sanità».

IL CINISMO C’è da rabbrividire nel leggere le relazioni dei supertestimoni e il trattamento riservato ad anziani malati ricoverati nella clinica finita sotto sequestro. Nelle carte della Procura antimafia di Reggio Calabria si fa riferimento a «spregiudicate prassi riguardanti soggetti per definizione deboli e sprovvisti di altre forme di tutela» che vengono in molti casi «accompagnate da una sorta di generale cinismo sulla sorte della povera gente ricoverata nella struttura in un contesto nel quale appare certamente arduo riconoscere i principi ispiratori della delicata professione medica, sacrificata a più concreti interessi terreni rappresentati dagli introiti da percepire per le degenze che si succedono rapidamente». Cinismo e negligenza che vedono protagonista sempre Antonio Crea ma anche il personale paramedico. Cinismo e negligenza che spesso avevano come conseguenza la morte del paziente.
LE MORTI NASCOSTE Ecco tutti i casi scoperti dalla Dda reggina. Il primo. Una certa Domenica Nucera sta male. Due dipendenti della clinica chiamano Crea per far presente le gravi condizioni della paziente. Risponde la moglie Laura, il marito non può rispondere. Sarcastica la risposta dell’infermiera: «Va bene, intanto la facciamo fuori noi, ciao». Segue risata. Non solo. Quando le condizioni della paziente peggiorano, nessuno chiama il 118, tutti aspettano l’arrivo del dottor Crea, che giungerà in clinica quand’è troppo tardi. Spesso si tentava anche di camuffare i decessi. Come avvenuto per una seconda paziente, già morta. Crea, però, pretendeva di trasportare al pronto soccorso spacciandola per «malata» e poi nascondendo la cartella clinica e falsificando l’ora del decesso.
OMISSIONE DI SOCCORSO Di omissione di soccorso si parla anche per la signora Arcudi. L’infermiere certifica uno «choc della paziente». Antonio Crea prima si limita a prescrivere medicine per telefono, infine aggiunge: «Poi ci vediamo». Atteggiamento, questo, assunto ripetutamente dal direttore della clinica. Che spesso si fa negare al telefono, nonostante gli vengano segnalati pazienti in condizioni disperate. Come quando Anna Micheletta si sente male, vomita, perde i sensi. Un’infermiera chiama Crea per spiegargli la situazione. Risponde ancora la moglie: «Se ti chiedono, perché potrebbero pure chiedere a te tipo, ah, ma non c’è Antonio a casa? Siccome io ho risposto al telefono e Antonio mi ha detto “di’ che non ci sono in questo momento” (...) perché devono imparare a sbrigarsela pure soli, che palle, per un vomito. Comunque, visto che è alimentare, ogni tanto sollevala un po’ dopo che mangia, questa è una cosa mia, non sua, cioè, non c’era Antonio qua», conclude la moglie ridendo. Un paziente non riesce a respirare a causa del catarro. Crea viene contattato da un infermiere: «Dottore, va subito aspirato il catarro». La risposta di Crea è sconsolante: «Lo so, ma l’aspiratore non l’abbiamo». Amen. Altro giorno, altro orrore. Una paziente in fin di vita. «Dottore, sta morendo...». Crea resta a casa, e l’indomani l’anziana donna muore. Il diario clinico scompare. Scrivono i magistrati: «In detto lasso di tempo sia il dottor Crea sia il personale paramedico hanno solamente atteso il decesso avendo già dalle ore 19 e 38 del giorno precedente stabilito che la paziente stava morendo».
DIAGNOSI AL TELEFONO Pochi giorni dopo un’altra paziente ha una crisi respiratoria. La situazione è grave. La pressione è 250 su 120. «Crea non si muove – osservano gli inquirenti -. Dispone telefonicamente la terapia da somministrare basata solo su una diagnosi telefonica». La situazione non migliora, così un dipendente della clinica somministra farmaci senza parere medico: «Ci sparai nu Lasix già in bolo». Una notte successiva un paziente disperato si lancia da una finestra di Villa Anya. Crea si industria per non far trapelare la notizia, a un infermiere che gli chiede se può contattare il 118, risponde di no: «Aspetta prima il mio arrivo». Anche le diagnosi vengono fatte da Crea per telefono, come per Mario Boschetto, paziente in coma. Avverte il 118 da casa: «Abbiamo un paziente con un’insufficienza renale e dovremmo trasferirlo perché, diciamo, è quasi in blocco renale». «Chi ha fatto la diagnosi», chiedono dal 118. Risposta secca: «Io, il dottor Crea». Peccato che il paziente non l’aveva né visto né visitato.
(ha collaborato Luca Rocca)