Calabria, quelle clientele sospette nelle giunte del centrosinistra

Indagine della Dda di Catanzaro sugli intrecci cosche-politica a Vibo Valentia. Nel mirino numerosi amministratori tra cui l’ex sindaco ds Paolo Barbieri

nostro inviato a Vibo Valentia
Vibo la «rossa». Vibo la patria delle 'ndrine e del Guinness di attentati per il 2004. Vibo Valentia, la provinciale calabrese dove il monopolio dei voti ce l'ha il centrosinistra e dove politica, clientela, affare e malaffare si intreccerebbero al punto da diventare una sola cosa. In pieno «caso Calabria», alimentato dal sangue dell'assessore Fortugno e dalle ispezioni del ministero della Giustizia nelle litigiose procure di frontiera, spunta dalla Dda di Catanzaro un dirompente rapporto trasmesso allo stesso ufficio giudiziario da Angela Napoli (An) vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia. Un dossier dettagliatissimo su mafia e politica, con nomi e cognomi, fatti gravi e conclamati, indiscrezioni agghiaccianti ancora da verificare, nel quale si passano al setaccio le varie amministrazioni locali (targate Ulivo) che operano sul territorio.
I riferimenti ai presunti intrecci politico-mafiosi nel «fascicolo Vibo» si aprono con la cosca dei Mancuso capace di radicarsi e ramificarsi nei comuni di San Giovanni Mileto, Comparni, Francica, Zungri, Filadelfia, Cessaniti, Sant'Onofrio, Sang Gregorio d'Ippona, Gerocarne, Filandari e Dinami. Indicazioni precise, con tanto di padrini e sponsor politici, il coraggioso vicepresidente Antimafia li avrebbe mappati geograficamente citando anche le aree di interesse che si estendono fino a Gioia Tauro, dunque d'interesse dei Piromalli, dei Bellocco-Pesce, dei Molè, dei Bonavota, dei Fiarè, insomma del gotha della 'ndrangheta che conta.
L'autorità giudiziaria catanzarese si è ritrovata a lavorare sulla ricostruzione della Napoli che focalizza la sua attenzione iniziale dal processo «Dynasty», iniziato nell'autunno 2004. Giovanni Vecchio, uno degli avvocati dei maggiori imputati di mafia, è al contempo membro della Giunta provinciale nonché consigliere comunale a Tropea. Ma c'è di più. Secondo la Napoli, Vecchio si sarebbe opposto alla costituzione come parte civile dello stesso Comune in cui siede come rappresentante dei cittadini, e dello stesso capoluogo. «Quando è stata la Giunta provinciale a costituirsi parte civile - si legge nel dossier - l'avvocato-assessore si è di fatto astenuto sul pronunciamento». La Napoli investe il ministero dell'Interno, il legale annuncia di rinunciare alla difesa ma per il deputato non basta, anche perché a difendere gli esponenti della cosca Mancuso, coinvolti nel processo, erano sì subentrati altri legali, ma del suo stesso studio.
A novembre l'assessore ha gettato la spugna e ha dato le dimissioni. Al suo posto arriva per un periodo un esponente della Margherita, fratello del consuocero di Pantaleone Mancuso, detto Luni «'u Vecchiu». Fra i primi atti del neo-assessore, vi sarebbe stata l'organizzazione di un viaggio a Toronto per pubblicizzare Vibo e i suoi prodotti. Per la «missione», l'agenzia viaggi avrebbe chiesto 40mila euro. «E a questo viaggio - si legge ancora - avrebbe partecipato, non si capisce a quale titolo, un giudice, pare accompagnato da un proprio congiunto».
Per restare ai Mancuso, fra le carte del rapporto-shock si elencano, una per una, tutte le attività di controllo assoluto delle attività economiche e commerciali della zona: si va dai villaggi turistici alle imprese edili, dalle attività commerciali alle dighe, dai lavori autostradali ai bar, ai ristoranti, alle rivendite di auto, alle bische, allo smaltimento dei rifiuti, per poi passare alle aziende vinicole, al porto di Tropea, alle forniture di pelati, cementi, inerti. Nomi, cognomi, cifre pagate per tangenti e per aggiudicarsi gare addomesticate. Un lungo elenco di società di comodo, scatole cinesi, teste di legno nemmeno tanto difficili da smascherare. C'è tutto. E tutto, in un modo o nell'altro, ruota in un'unica direzione: quella che va a sfiorare piccoli e grandi amministratori di centrosinistra dell'hinterland vibonese.
Ancora un passo indietro. Fra gli esponenti politici citati nel fascicolo della Dda di Catanzaro, spicca il diessino Paolo Barbieri, ex sindaco di Sant'Onofrio, attuale vicepresidente della Provincia, già rinviato a giudizio nel 2002 per concussione, falso e abuso d'ufficio, «coinvolto in alcuni processi e nel '95 rimosso dalla carica di sindaco di Sant'Onofrio (consiglio comunale già sciolto per mafia) perché - recitava il decreto - a carico del predetto amministratore, con numerosi rapporti all'autorità giudiziaria, sono state ipotizzate varie fattispecie delittuose di rilevanza penale, che evidenziano una gestione della cosa pubblica svincolata dal rispetto dei fondamentali canoni della legalità». Barbieri, va detto, si è sempre dichiarato estraneo ai fatti contestati e il consiglio del Stato, dopo una sentenza avversa del Tar, lo ha reintegrato al suo posto. Nel dossier ci si occupa di lui per l'incarico che la provincia ha affidato alla società di marketing politico «Running» per una consulenza sull'immagine e la comunicazione. «L'incarico - riporta l'esposto-denuncia che ha dato il là all'inchiesta - è stato affidato con un compenso di 46.800 euro, Iva inclusa. Non si è mai registrato il benché minimo operato da parte della società, rispetto a quanto preventivato. Eppure la società è stata retribuita. Ed il tutto è stato sponsorizzato dal Barbieri, giacché il titolare della società è l'ex portavoce di D'Alema, Claudio Velardi».
Ma sono ben altri i personaggi del centrosinistra, e le circostanze denunciate, su cui si stanno concentrando i magistrati: la Napoli fa cenno ad un importante esponente politico, già componente di un consiglio comunale sciolto per mafia nel 2003, già attenzionato dalla commissione parlamentare Antimafia, che all'indomani dell'arresto di un consigliere poi condannato nel processo Panta Rei «per aver costituito con altri una 'ndrina all'interno dell'università di Messina (compiendo compravendita di esami, vendita per 20 milioni di risposte ai quiz di preselezione a Medicina, oltre a spaccio di droga e possesso di armi), si è affrettato a esprimergli solidarietà durante il consiglio comunale convocato per la surroga del consigliere arrestato». Altri sono gli assessori presi di mira, ma è sui consiglieri che il dossier è prodigo di riferimenti inquietanti. Ce n'è uno che ha il fratello apparentato al boss Luni «'u Vecchiu», un altro ha pure lui un fratello coinvolto nell'operazione Dynasty, per non parlare di quell'altro consigliere (...) «eletto minacciando la gente con alcuni mafiosi». Pagine su pagine, passando per la macchina di Lidia Vallone presa a fucilate, per quella bruciata dell'assessore Petrolo, le intimidazioni al segretario generale Mazzitelli, il dirigente Bono sparato a un piede...
(1-continua)