Calci, spunti e colpi di testa, così il romanzo va in gol

Questo è uno stop a seguire. Due tocchi: letteratura e pallone. Lo scrittore tifoso scrive per se stesso, fa finta di parlare agli altri e ragiona tra sé: esorcizza, prega, s’incazza, gode. Il libro è una sciarpa scolorita: un ricordo, un’immagine, un’emozione. Tu prendi un romanzo sul pallone e capisci: questo tifa, questo no; questo ragiona, questo sconnette. Non è il calcio di Soriano o Pasolini, non c’è il racconto epico di un cross o del rigore più lungo del mondo. Qui c’è la presa diretta, la vita in prima persona, la cronaca che si fa memoria. Gol, gol, gol. Esulto ed esisto, canto e vivo.
Il calcio sui libri viaggia alla velocità di un lancio di Beckham, oppure alla lentezza di una corsetta da Italia-Germania 4-3. Ecco, il primo è quello dei tifosi, il secondo è quello degli intellettuali che prendono il pallone come metafora della vita. L’ultrà della penna se ne frega dell’esercizio di stile, vuole vincere anche quando scrive. Adesso c’è David Peace. Lui e il suo Leeds United, lui e Brian Clough, l’allenatore pazzo di una squadra di pazzi. C’è Maledetto United (Il Saggiatore, pagg. 416, euro 17,50). È il racconto del Leeds del 1974. Quello è soltanto quello, perché lo scrittore tifoso fa così: ama una squadra, ma soprattutto quella squadra, una stagione, un periodo, un tipo di gioco. Fa così Nick Hornby, per esempio. Fa così chiunque, perché la fede pallonara è nostalgica per natura affonda nel ricordo, nel sapore di quel momento, nell’immagine di quel gol e di quell’esultanza. Febbre a 90° e la straordinaria Liverpool-Arsenal: non è una partita qualsiasi, ma una precisa. Ti ricordi le maglie, lo sponsor, la formazione, il gol, l’arbitro, gli avversari. Ti ricordi com’eri vestito tu. Il romanticismo abita altrove, perché col romanticismo si parla delle partite al Trullo descritte da Pasolini, oppure le epopee dilettantistiche di Galeano e Soriano.
Il tifo deforma il calcio e lo trasforma in letteratura di pancia. Si assomiglia sempre troppo a Jack Frusciante è fuggito dal gruppo. Servono i punti fermi, quella specie di paletti che fanno da boa, che segnano il perimetro del libro del tifoso. Si comincia dall’inizio. Com’è che uno diventa tifoso? Quando? Perché? Lo ricordano tutti e per tutti l’ha scritto Hornby: «Nel maggio del 68 (una data significativa, naturalmente, ma è tuttora più probabile io pensi a Jeff Astle piuttosto che a Parigi), poco dopo il mio undicesimo compleanno, mio padre mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare con lui alla finale di Coppa fra West Brom ed Everton; un collega aveva offerto un paio di biglietti. Gli dissi che il calcio non mi interessava, neppure la finale di Coppa - il che era vero, per quanto ne ero consapevole - ma rimasi comunque incollato alla televisione per l’intera partita. Alcune settimane più tardi guardai, incantato, l’incontro Manchester United - Benfica, con mia mamma, e alla fine di agosto mi alzai presto per sentire com’era andato lo United nella finale della Coppa Intercontinentale. Amavo Bobby Charlton e George Best (non sapevo niente di Denis Law, il terzo della Santissima Trinità, che aveva saltato l’incontro con il Benfica a causa di un infortunio) con un ardore che mi aveva preso completamente di sorpresa; durò tre settimane, finché mio padre non mi portò a Highbury per la prima volta».
Highbury, ecco. Cioè lo stadio, un altro paletto, un altro svincolo, lo snodo del racconto, il luogo dell’amore. Senza stadio non c’è tifo, senza stadio non c’è passione. Lo scrittore tifoso ha il suo posto, sempre quello; ha i suoi amici, sempre quelli. Lo stadio è il posto dell’anima. Allora sempre Hornby comprò una casa con vista stadio, allora Giuseppe Culicchia in Ecce Toro canta gli Idilli del Fila, allora Javier Marías sente il respiro di Madrid dentro il Santiago Bernabeu, allora Manuel Vázquez Montalbán adora la grandezza del Camp Nou di Barcellona: più lungo e più largo degli altri per marcare la differenza con il resto, con Madrid, con il mondo. Perché «Il Camp Nou è il letto d’amore della Catalogna». Lo stadio deve fare impressione agli avversari e accogliere i campioni. Lo schema dello scrittore tifoso passa da loro. Così l’avversario non ha mai speranza. Non è neanche un avversario, è un nemico. Lo scrittore tifoso ne ha bisogno, anche se è una squadra più scarsa, più piccola, più debole.
Un libro così non accetta l’inferiorità: la usa per disprezzarla, per umiliarla. L’odio è l’emozione del tifo, più di quanto non possa essere la passione: prima viene la sconfitta degli altri, poi la propria vittoria. Così Tim Parks sa che la sua Hellas Verona oggi non ha la forza neanche di guardare il Chievo, così lui lo massacra: «Si fa chiamare Chievo Verona, altrimenti la gente non saprebbe che diavolo di posto sia. Ho abitato a Verona più di dieci anni prima di scoprirne l’esistenza, un caso infelice di sobborgo operaio che straripa in un declinante piattume acquitrinoso semi-industrializzato. Per fortuna non è un posto molto grande. Un calcolo generoso non gli attribuisce più di tremila anime: piccioni, topi e cani randagi compresi. Inutile dire che la squadra non si allena lì né ci gioca. Dev’essere stato un bel sollievo per loro abbandonare quella palude propensa a farsi inondare accanto al deprimente argine cittadino, per scappare almeno al Bentegodi». Il livore è un’arma e uno strumento narrativo. Funziona perché colpisce esattamente dove deve colpire. Ogni scrittore tifoso lo sa, ogni tifoso scrittore lo usa.
Il campione è uguale. Diverso e identico. Non si odia, si ama. Non importa che l’idolo sia davvero il più forte, importa che sia l’artefice di qualcosa, la personificazione di un’emozione, la faccia di un successo. Può essere Di Stefano o Maradona, oppure Protti o Briegel: non è né la tecnica, né il volto, è il carisma la chiave. L’idolo c’è anche quando finisce, anche quando tradisce, anche quando s’abbassa al livello della gente comune. Tipo il Puskas di Marías: «Quando qualche stagione fa qualche emittente ha recuperato le immagini e le ha proposte commentate dalla Freccia Bionda, il telecronista gli domandò che cosa poteva aver detto a Puskas mentre tutt’e due rientravano nella loro metà campo dopo che lui aveva segnato il 3-1. “Sicuramente che ormai avevamo il premio partita in tasca”, rispose il vecchio Di Stefano...».
Poi c’è l’altro idolo, quello giovane, vivo, contemporaneo. È il compagno di viaggio, il Dio umano, la speranza di un futuro, perché un gol, uno scudetto, una coppa, regalano futuro. L’hanno regalato anche a Manuel Vázquez Montalbán, prima della fine: «L’orgasmo del calcio, Poesia in movimento, Il gol totale, un calciatore venuto da Marte, Il gol galattico, extraterrestre, Il gol orgasmico, cibernetico, il gol di un altro pianeta, megagol. Non è ancora finita la lista di epiteti panegirici dedicati al nuovo idolo Ronaldo Nazario. Realtà o desiderio? La sempre più complessa e arricchita industria del calcio ha bisogno di punti di riferimento mitologici che la aiutino a crescere e a consolidarsi. Di Stefano, Pelé, Cruyff, Maradona, hanno riempito quattro decenni e sono ormai leggende, ma ogni industria ha bisogno di rinnovare i propri dèi. La Fifa ha scelto Ronaldo come il dio minore erede di Maradona, capace di officiare nella religione del calcio senza ricorrere alla cocaina. Sul poderoso e agile corpo di un centravanti che sembra elaborato dall’ingegneria genetica, grava il peso di una delle scarse possibilità di Assoluto che ci siano rimaste e se non gli spappolano le gambe o il cervello, abbiamo un dio per i prossimi dieci anni». Sono passati, Ronaldo anche. Il calcio no: è la fortuna degli scrittori tifosi, è la fortuna di tutti noi.