Calcio, allegria e revolucion una triade imperfetta

Il legame fra il pallone e le utopie politiche in un libro malato di ideologia

Il calcio è certamente una metafora della società in cui viviamo, e c’è stato un momento in cui il calcio era qualcosa di felice e incorrotto che utopicamente si univa alla felicità e alla fantasia del popolo. È questo il succo di È finito il nostro carnevale di Fabio Stassi uscito da pochi giorni per Minimum Fax (pagg. 249, euro 12,50). La storia è semplice: un uomo si innamora della donna che servì da modella per la coppa Rimet e, non potendo avere la donna, insegue la coppa durante tutti i campionati mondiali, dal primo, in Uruguay, fino all’ultimo che l’assegna definitivamente al Brasile. Nel seguire la sua ossessione questo uomo incontra la Storia, vista però in una piega particolare, quella dell’irregolarità: incontra Hemingway, Django Rheinardt, Vinicious de Moraes, George Orwell; partecipa alla guerra civile spagnola, dalla parte dei repubblicani, e alla rivoluzione castrista.
Queste avventure non sono casuali: quello che questo romanzo vorrebbe dimostrare è che fra calcio, sogno, utopia e rivoluzione esiste un legame, una forza che lega l’allegria e la creatività popolare alla rivoluzione politica. Ed è questo credo il limite macroscopico del libro, oltre al continuo rifarsi a una letteratura sudamericana, da Soriano a Galeano, con prestiti piuttosto evidenti. Si tenta di leggere nel calcio, quasi si fosse dentro una poesia di Neruda, il canto rivoluzionario di un secolo farcito di utopie politiche, senza mai però cogliere queste utopie nella loro realtà. Gli anarchici massacrati dagli stalinisti in Spagna, per esempio; il Fidel Castro che Enzensberger (non Reagan) considerava come un classico dittatore sudamericano. L’ideologia che dà l’impalcatura a questo libro è quella del sogno utopico sempre spostato e irrealizzato a cui serve un nuovo sogno per essere rinfocolato.
Milan Kundera ha detto parole importanti sul nesso fra entusiasmo, gioia popolare, rivoluzione, stupidità e violenza. La storia ha fatto i suoi conti e ci viene da chiedere se, a questo punto, non sia lecito pretendere da un romanzo che riesca a mostrare l’utopia politica nel suo ovvio chiaroscuro. È così difficile pensare che il dolore viene dai buoni, quanto dai cattivi sentimenti? Perché dobbiamo metterci da una parte piuttosto che dall’altra, e fare quel che il romanziere non dovrebbe mai fare: esporre ideologie?