Calcio, amore e religione: ma niente politica al Festival

Oddio, l’amore per forza. Quello non può mancare altrimenti che Festival sarebbe. Ma, da un brillantissimo Renga in giù, è perlopiù un amore consapevole, quasi neorealista e per niente stucchevole. Se poi ci aggiungete tutto il resto, dalla prostituzione ai figli in arrivo fino agli atei devoti e alla vita che rotola via come un pallone, ecco perché dalle parole del Festival nasce pur sempre il miglior telegiornale d’Italia, di certo il più realistico (a parte la musica: l’hip hop è sempre disperso). Cronaca innanzitutto. E l’autobiografico Ci vediamo a casa di Dolcenera è il più attuale: niente stipendio fisso, niente mutuo, niente casa per condividere la vita. E il «Come sarebbe bello potersi dire che qualunque cosa accada noi ci vediamo a casa» è una versione riveduta e scorretta del «Chi non lavora non fa l’amore» di 42 anni fa. Per assurdo l’altra faccia di questa solitudine obbligata si nasconde tra le righe di un Pierdavide Carone ispirato da Lucio Dalla. La prostituta di Nanì, ben più drammaticamente che in 4 marzo 1943, è quella che «piove ma non ti puoi riparare, c’è un camionista da accontentare». E cammina sul marciapiede dove muore l’amore e germoglia il compromesso, la vera parola chiave di questo Festival. «Potrai sposarmi anche se non mi amassi e capirei il perché».
Volendo, il Sanremo numero 62 è la cartina al tornasole del nostro tempo di dubbi se persino Eugenio Finardi nel testo di E tu lo chiami Dio (scritto però da Roberta Di Lorenzo) si dibatte tra chi ha la Fede e chi non dà «mai nomi a cose più grandi di me» ma comunque fugge dall’ateismo senza se e senza ma. Un diversamente credente. Un ateo devoto, appunto. E forse un grido più aperto, addirittura paradossalmente cristiano, arriva dai Marlene Kuntz, unica traccia rock di questo Festival: Canzone per un figlio è una sorta di vademecum esistenziale assai azzeccato. «Se sai bene ciò che fai, la felicità sarà sempre raggiungibile». Se ne parlerà. Come si parlerà di Non è l’inferno, brano di Emma Marrone scritto da Kekko Silvestre dei Modà, che è forse il testo più trasversale in gara, teatralmente indovinato e del tutto apolitico nonostante le apparenze. E’ una lettera. La lettera di un grande vecchio che potrebbe essere il presidente Napolitano. Dall’alto della sua età ricorda che ha «giurato fede mentre diventavo padre, due guerre senza garanzie di ritornare». E oggi riconosce la difficoltà del momento ma dice: cari ragazzi, questo non è l’inferno che ho vissuto io, ora state male ma, rimboccandovi le maniche, uscirete dal buio. Un inno all’ottimismo. E uno schiaffo a chi protesta e basta, magari piangendosi addosso. «Ho ancora il sogno che non rimangano parole»: e la voce di Emma dà forza a questo sogno, eccome. Insomma, nella trama di Sanremo, spunta la voglia di rinascere. E sparisce la politica. L’anno scorso Vecchioni ha vinto con un brano che più politico non si può. Stavolta, forse perché il babau Berlusconi non è più a Palazzo Chigi e ora è davvero rischioso schierarsi, la politica è desaparecida. E allora ecco la bella filastrocca di Samuele Bersani sul «Pallone» che «dalle scarpe di Messi» è passato «alle scarpe ignoranti» e alla fine gioca per «non sentirsi un pallone perso».
E viene fuori il lirismo, come ne Il mio grande mistero scritto (in italiano) da Van de Sfroos per una Irene Fornaciari che lo canta così bene da ridicolizzare anche le ultime accuse di essere solo una figlia di. A proposito: anche Gigi D’Alessio, uno che sa realmente comporre con lo spartito, farà ricredere molti scettici. Respirare è un gioiellino costruito testo e musica intorno al duetto con Loredana Berté pronta a esplodere in un «sono maledetta questo sì lo so» che le racconta la vita. E diventa l’urlo più drammatico di un Sanremo che si presenta meglio del solito. Quantomeno a parole.